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La memoria corta di Letta sull’Imu

L’intervista di Enrico Letta a La Stampa, dello scorso 4 febbraio (sono passati 3 mesi, anche se sembrano 3 secoli), sulla vicenda Imu, ri-letta oggi non fa sorridere. Fa incazzare. Di più. Perché ha un’unica lettura possibile: quella della presa in giro (per dirla, sobriamente, con un eufemismo), l’ennesima, nei confronti dei cittadini e degli elettori.

“Riteniamo che togliere completamente l’Imu, in questa fase, sia sbagliato. In una stagione nella quale si richiedono tanti sacrifici, riteniamo che chi ha una casa in via Montenapoleone debba pagare l’Imu e chi abita a Quarto Oggiaro no. E d’altra parte, Berlusconi dopo aver abolito l’Ici nel 2008, fu costretto a rialzare altre tasse”.

P.s. Imu, tra palco e realtà

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Tra disoccupazione e tassa sull’impatto ambientale

In questi giorni l’Eurostat ha fornito i dati dell’indagine condotta per conoscere quanti, nell’Europa a 27, sono coloro che sarebbero disponibili a lavorare, ma non sono alla ricerca di un impiego. Principalmente perchè hanno perso la speranza di trovare lavoro. E sono numeri allarmanti, soprattutto per l’Italia. Numeri – si parla di oltre due milioni e mezzo di persone – che dovrebbero far riflettere tutti e spingere tutti a pretendere un decisico cambio di rotta. 
Perchè se la crisi la contrastiamo con gli strumenti e gli atteggiamenti degli anni ’90 è chiaro che da questa crisi continueremo ad esserne impietosamente travolti. E non ci sarà, davvero, più speranza per noi. E per quelli che verranno dopo di noi. La crisi, invece, anche per provare a ridurne l’impatto emotivo, dovrebbe essere colta, per quanto possibile, come una buona opportunità per rilanciarsi e per ammodernarsi. Investendo nell’innovazione e nella digitalizzazione, nella cultura e nella creatività, nell’ambiente e nel paesaggio. Ossia su tutte quelle risorse, potenziali ed effettive, che potrebbero restituire dignità sociale al nostro Paese. In tempi, forse, neanche eccessivamente lunghi.
Come non sarebbe un’operazione lunga e impossibile quella che prevederebbe, anche per far fronte all’eccessiva tassazione oggi presente nel Paese, per lo più iniquamente redistribuita, con evidenti e critiche differenze tra chi si è arricchito e chi si è impoverito, una riforma fiscale sull’impatto ambientale (Environmental Tax Reform). Trattasi di una misura, suggerita dall’Agenzia Europea per l’Ambiente e già attiva in Germania dove sono stati creati 250 mila posti di lavoro, che consentirebbe di spostare l’onere dal lavoro generico alle attività ad alto impatto sull’ambiente; con i seguenti quattro effetti immediati:

“il primo sarebbe rendere alcune attività dannose molto più care di altre, ugualmente efficienti ma meno impattanti; il secondo, creare nuovi posti attraverso lo sviluppo di industrie più efficienti a cui verrebbero destinati i fondi per l’innovazione raccolti dalla tassazione; il terzo, alleggerire il carico fiscale generico dal lavoro e dal reddito personale e, quarto ma non ultimo, ottenere benefici ambientali dati dalla riduzione delle attività inquinanti”
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