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Il coraggio intellettuale di Pier Paolo Pasolini

Due giorni fa è stato il 37° anniversario dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Un uomo straordinario, amato più dai cittadini comuni che dai “potenti”, spesso frustrati dalle sue parole dissacranti e spietate mediante cui raccontava anche un Paese in profondissima evoluzione. Una metamorfosi antropologica denunciata, tuttavia, con lucidità e acume, dovuta per lui a quella società dei consumi che stava infettando il senso comune. Quel consumismo becero enfatizzato enormemente dalla televisione. Oggetto per il quale non nutriva grande simpatia ed ammirazione, ritenendola, profeticamente, tra le principali responsabili – e siamo agli inizi degli anni ’70 – della regressione morale degli italiani, per la sua velenosa tendenza ad assottigliare la capacità di pensiero. E di ragionamento. Una figura che dovrebbe essere, forse, studiata nelle scuole, con lungimiranza e senso di responsabilità.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

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Tra beauty contest e riforma dei partiti

In questa ultima settimana il dibattito politico è molto arroventato. Come sempre, verrebbe da dire. Ma si percepisce una certa tensione tra i protagonisti, gli inquilini del “Palazzo”, desumibile dalle loro dichiarazioni e dai loro propositi di riformare il sistema politico. Vedi prima la discussione sulla legge elettorale, proseguita poi con il tentativo di porre sul tavolo del confronto la legge contro la corruzione, fino ad arrivare ad oggi dove l’oggetto è il finanziamento pubblico ai partiti, chiamati impropriamente rimborsi elettorali. Non dimenticando quale e quanta intolleranza sociale rischia di alimentarsi nei confronti dell’esecutivo a causa dell’aumento spropositato di tasse a fronte di una visione che non sembra affatto equa. In questo scenario, moralmente e culturalmente desolante, sono alquanto avvilenti e vacue sia la discussione sulla Lega e sulla sua reale capacità di “fare pulizia” estromettendo quelli che avrebbero utilizzato impropriamente fondi pubblici, sia quella relativa alla decisione del Ministro allo Sviluppo Economico, Corrado Passera, di predisporre un’asta pubblica per le frequenze che stavano per essere regalate dal predecessore Romani a Mediaset, sia quella dedicata ai gonfiatissimi finanziamenti pubblici che erano stati tagliati nel ’93 con un referendum inapplicato e tornati sul luogo del delito sotto un’altra dicitura, per quella che era, è e resterà una truffa aggravata nei confronti dei cittadini, perpetrata da tutti i partiti della Seconda Repubblica. Senza distinzione alcuna. Come chiamare se non ladri coloro che in questi 18 anni circa hanno speso, per le varie tornate elettorali, poco più di 564 milioni di euro, intascandone quasi quattro volte di più? E non si venga a dire che parlando in questo modo si alimenta il qualunquismo e l’antipolitica. O quello che una volta veniva spacciato per giustizialismo, quando in realtà non era e non sarebbe altro che un bisogno irrefrenabile di giustizia. Senza legalità ed etica pubblica una democrazia non ha ragion d’essere. Tutte le persone oneste intellettualmente sanno che all’interno di tutti i partiti, di destra e di sinistra, ci sono politici per bene che adempiono alle loro funzioni pubbliche con onore e senso di responsabilità, ma purtroppo loro non hanno impedito quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. La fine della Seconda Repubblica. Come si può credere, perciò, che proprio da coloro che hanno screditato le Istituzioni e l’arte della Politica – leggasi il nuovo triumvirato della vergogna Alfano-Bersani-Casini, a nome dei partiti di cui sono segretari – con la propria omertà, reticenza, incapacità politica, possa giungere una riforma innovativa e intrisa di uguaglianza? Bisogna rinnovare urgentemente la classe dirigente di questo Paese, sulla sorta di parametri non solo anagrafici, ma anche di moralità specchiata e di competenza verificata. Prima che sia troppo tardi. Prima che scoppino reazioni sociali e tumulti dettati dalla rabbia e dall’intolleranza. E bisogna agire presto e bene, perché di tempo, temo, se ne è perso moltissimo. E gli italiani pretendono rispetto ed uguaglianza.

Salviamo la Rai

Ci pensavo qualche giorno fa, nel constatare che del beauty contest, ossia dell’asta sulle frequenze, non si parla più. Silenzio totale. Il Ministro Passera ha calato il sipario, per ora, con l’argomentazione ufficiale che erano necessari approfondimenti tecnici. In attesa di capire come si evolverà questa anomalia, si continua a parlare della Rai e della prossima scadenza del suo consiglio di amministrazione. Su cosa servirebbe davvero alla Rai ecco il commento dello stimatissimo Loris Mazzetti.

È ora di dire basta. È ora di liberare la Rai dalle infiltrazioni politiche che hanno portato solo incapacità gestionale, indebitamento e perdita di qualità. Il bene comune deve tornare a essere di tutti, indistintamente. Per fare questo è necessario che la Rai sia affidata a professionisti che sappiano di televisione, di comunicazione, di nuovi media, di strategie editoriali, che sappiano di conti e di investimenti in nuove tecnologie, che non abbiano in tasca solo forbici per tagliare una volta il budget, l’altra un ufficio di corrispondenza. Basta con la Rai collocamento di politici più o meno trombati e degli amici degli amici.

Servizio pubico

Gli oltre 50 minuti di show di Celentano hanno mandato, due sere fa, su tutte le furie il Vaticano, a testimonianza di un’ incapacità ad accettare la critica, fosse anche la più severa. La Rai, che ha un’autonomia operativa e di coscienza nulla, sia rispetto al potere clericale sia rispetto al potere politico, si è conseguentemente adeguata, spedendo il “commissario” Marano dopo la prima puntata. Ieri sera, ancora una volta, a fare notizia non certamente la musica italiana e i cantanti con i loro testi, più o meno di qualità, e neanche l’arrivo della bellissima velina cecoslovacca, ma la nudità di Belen Rodriguez che ha mostrato, senza alcun pudore, il suo tattuaggio inguinale. Che ha generato nel corso della giornata una valanga di critiche e di battute satiriche. Tutte le reazioni, però, hanno lasciato in silenzio, questa volta, sia il Vaticano sia il Direttore Generale della Rai, Lorenza Lei. La risposta ci è fornita, forse, dalla vignetta di Nico Pillinini. Trattasi, indubbiamente, di Servizio Pubico.

Mediaset e i terroristi dell’etere

Per giorni, su il “Fatto Quotidiano”, avevamo scritto che i media del Cavaliere si stavano preparando a dare una lezione a Raimondo Mesiano, il giudice “colpevole” di aver quantificato in 750 milioni di euro il danno subito dalla Cir di Carlo De Benedetti in seguito alla corruzione, da parte degli avvocati Fininvest, del giudice di Roma, Vittorio Metta, uno dei tre magistrati che, nel 1991, con una loro sentenza regalarono la Mondadori a Silvio Berlusconi.

Tra ieri e oggi la punizione è arrivata. “Il Giornale”, in spregio a tutte le regole deontologiche, ha utilizzato una testimonianza anonima per tentare di dimostrare che Meisano era un pericoloso sostenitore di Romano Prodi. Canale 5, in una trasmissione della mattina cui sono soliti collaborare il direttore di “Chi”, Alfonso Signorini, e i suoi cronisti, ha invece trasmesso delle immagini del magistrato riprese con telecamera nascosta. Per due giorni Meisiano è stato infatti costantemente pedinato.

Poco importa che lo scandalo annunciato dal premier-padrone Berlusconi (“su di lui ne vedremo delle belle” aveva detto) non sia esploso perché, evidentemente, su questo magistrato non vi era nulla da raccontare. Berlusconi, infatti, ha vinto lo stesso. Ha lanciato un messaggio preciso: d’ora in poi utilizzerò apertamente non solo i miei giornali, ma anche le mie televisioni, per tentare di distruggere chiunque intralcia il mio cammino. Insomma si colpisce Mesiano, per educarne altri cento.

Si tratta di un metodo tra il terroristico e il mafioso. I giornalisti che partecipano a questo gioco si chiamano complici e non sono semplici dipendenti del Cavaliere che piegano la schiena per salvare la carriera o il posto di lavoro. E complice è pure chi fa finta che tutto questo sia normale. Mentre “Il fatto” raccontava come si stesse preparando la trappola e ricordava le agghiaccianti minacce del capo del governo, quasi tutti tacevano. L’Associazione nazionale magistrati, come buona parte dell’opposizione, ha avuto bisogno di attendere che l’agguato fosse compiuto, prima d’intervenire. Il timore, come sempre, era quello di alzare i toni, d’infilarsi nella rissa. Ma, contro il terrorismo e la mafia ci vuole fermezza e coraggio. Se qualcuno ancora ce l’ha è venuto il tempo che lo dimostri.

Mediaset e i terroristi dell’etere, Peter Gomez, dal blog “Voglio Scendere”

E a "Porta a Porta" va in onda il processo ad "Annozero"

In attesa che si conosca domani il verdetto sulla costituzionalità del Lodo Alfano, che garantisce al Premier l’immunità dai procedimenti giudiziari nei quali sarebbe coinvolto come imputato se questo provvedimento non esistesse, oggi apprendiamo, con sconcerto, che il giornalista di Annozero Sandro Ruotolo ha subito minacce di morte con una lettera intimidatoria, ritenuta sospetta dagli organi investigativi, recapitatagli direttamente a casa, a rivelare che il medesimo sia stato ultimamente controllato e spiato. A lui la mia sincera ed umana solidarietà.

Nel frattempo, suggerisco la seguente lettura:

Il problema per una volta non era Santoro. E nemmeno Travaglio. Il problema era lei, Patrizia D’Addario. Una che il presidente del Consiglio può portare a letto, ma un presentatore non può invitare in tv per farla parlare. Berlusconi era “profondamente indignato”, perché “la tv pubblica non deve dare spazio a certi personaggi”.

Al massimo, si può pensare di candidarli al Parlamento europeo, come lui aveva progettato di fare, prima di essere fermato da Veronica Lario. Sembra una canzone di Fabrizio De Andrè, questa storia della prostituta cercata di notte e ripudiata alla luce dei riflettori. Santoro non trova un politico di centrodestra disponibile a frequentare la stessa trasmissione inquinata da “quella là”. Eppure nessuno di loro s’è mai sentito in imbarazzo a presentarsi nelle liste elettorali accanto a Patrizia e le altre. Nessuno ha chiesto spiegazioni al capo. A fine impero, Berlusconi può fare quello che vuole, candidare chi gli pare per motivi più o meno confessabili. L’importante è che il cavallo o la cavalla nominati senatori non prendano la parola per raccontare come sono andati i fatti. Prima di ieri, Patrizia D’Addario era stata intervistata da sei televisioni straniere. I filmati erano stati distribuiti in una trentina di paesi. La televisione italiana è arrivata per ultima e, com’è noto, fra mille difficoltà e minacce.

L’uomo che governa l’Italia ha dedicato gli ultimi giorni a escogitare ogni forma di pressione per impedire la presenza in video dell’escort barese. Ha smosso i vertici Rai e il ministro Scajola. A proposito del fatto che “esistono problemi più seri”. Fallito l’ultimo e un po’ grottesco tentativo di boicottaggio, un papiro di otto pagine con un parere legale catapultato dal direttore di Raidue a Santoro poco prima della messa in onda, Berlusconi è passato alla fase due, la controprogrammazione. Con Bruno Vespa e Maurizio Belpietro nel ruolo di avvocati difensori, come se non avesse abbastanza. Dopo essere stati convocati a palazzo dal premier nel pomeriggio, i due fidi giornalisti hanno dato vita ieri sera a un’incredibile puntata di Porta a Porta dedicata a smontare il programma appena andato in onda sull’altra rete Rai.

Simbolo dell’arlecchinesca trovata il direttore di Libero Belpietro, il quale, come il mitico Soleri, saltabeccava da una rete all’altra per servire il padrone. Per avere un’idea di come funzioni una democrazia, vale la pena di ricordare che nel 1999, mentre Bill Clinton era nel pieno del secondo mandato alla Casa Bianca, Monica Lewinski fu intervistata per due ore dalla Abc e vista da cento milioni di americani. Senza che né Clinton né un solo esponente politico democratico si sognasse di protestare. Naturalmente la Lewinski fu invitata, come la D’Addario, da decine di televisioni straniere. Compresa la Rai, con il personale plauso di Agostino Saccà, buon amico del presidente del consiglio. Alla fine la celebre stagista della Casa Bianca aveva accettato di partecipare a Porta a Porta, ma rinunciò all’ultimo momento perché non aveva ottenuto di far togliere la parola “sexgate” dai titoli di testa.

Bruno Vespa, nel caso di Clinton, non aveva ancora scoperto il rispetto della privacy e il disgusto per il gossip esibito a piene mani ieri sera. La mancata presenza della Lewinski su Raiuno era costata ventimila euro alla tv di Stato. Clinton non l’aveva mai candidata a cariche pubbliche. Carl Bernstein da New York ha tutto il diritto di dirci che la nostra non è una democrazia ma “una specie di sistema sovietico”.

Patrizia D’Addario ha avuto la sfortuna di andare a letto con il presidente del consiglio italiano e non con il presidente Usa, quindi non è stata pagata dalla Rai. È andata da Santoro gratis, dopo aver “sputtanato Berlusconi in mondovisione”, per usare l’espressione di Belpietro. Ha raccontato la sua storia, la sua storia sbagliata e proibita nell'”harem del presidente”. L’harem di venti ragazze che gli portava a palazzo l’amico e compagno di merende Giampi Tarantini.

Tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Al di là della politica, delle inchieste, dello stesso caso Berlusconi, è come se le parole di Patrizia facessero cadere un sipario e mostrassero quello che c’è dietro l’Italia visibile e vista in questi decenni, dietro l’eterno spettacolo televisivo, dietro tutte le domeniche in, tutti i talk show, tutti i grandi fratelli di questi anni, la finta allegria, il falso successo. Un mondo di solitudine, di vuoto, d’infinito squallore.

E a “Porta a Porta” va in onda il processo ad “Annozero”, Curzio Maltese, La Repubblica

Allegriaaa!!!

Premetto che ho sempre avuto una grande simpatia per Mike Buongiorno, tanto più negli ultimi anni, quando la sua vecchiaia ha conosciuto un’inattesa e incantevole vena di autoironia. Ciò detto, vorrei provare a spiegare i motivi per cui i Funerali di Stato decretati in suo onore vanno considerati una pura e semplice ignominia.
Se il 29 maggio 1453 segnò la caduta dell’impero romano d’Oriente, il 12 settembre 2009 rappresenta la capitolazione intellettuale e morale delle istituzioni italiane. Per dirla con un’espressione coniata dai francesi, siamo di fronte a un’autentica Cernobyl culturale.

Il perché è presto detto: in un paese che attinge ministri fra modelle di calendari, eurodeputati fra conduttrici tv, conferenzieri accademici fra cantanti di night (e il ricordo indelebile corre a Franco Califano, acclamato ospite di una prestigiosa università romana), c’è da aspettarsi di tutto. Ma attenzione: nessuno mette in dubbio, le capacità professionale di questi onesti lavoratori dell’intrattenimento. Il punto è un altro: come mai le autorità hanno deciso di anteporli a scienziati, artisti, uomini di dottrina?

Fino ad oggi, i senatori a vita si chiamavano Eugenio Montale o Rita Levi Montalcini. Adesso, appunto, si è pensato a un presentatore televisivo come Mike Buongiorno. Ecco in che modo si è arrivati al “sabato nero” del 12 settembre. Accuratamente dissodato da una sinistra ansiosa di meticciato, riscoperta dei generi, livellamento fra cultura alta e bassa, il terreno è stato finalmente consegnato al suo legittimo proprietario: il padrone dei media.

Non è certo su di lui, però, coerente ideatore di un progetto tanto perverso quanto brillantemente perseguito, che ricadrà la vergogna dell’accaduto. L’onta di aver disertato le esequie di fisici e pittori, astronomi e scrittori, giuristi e matematici, economisti e storici, per accalcarsi intorno al feretro di Mike Buongiorno, ricadrà sulle nostre autorità.

Oggi è un giorno di lutto, sì, ma soprattutto per la nostra decenza di cittadini. Preferire ai testimoni del lavoro intellettuale, l’eroe delle trasmissioni commerciali, implica infatti una precisa opzione pedagogica: significa affermare che i valori più profondi della nostra società sono affidati alle soubrettes, piuttosto che agli studiosi. Lo “studio”, anzi, sarà da adesso in poi solo e soltanto quello televisivo, con buona pace di chi si attarda ancora intorno alla ricerca del buono, del vero, del bello.

Allegriaaa!!!, Valerio Magrelli, Micromega

Le fiction depistanti che tanto piacciono agli italiani..


Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo dove dirige i dipartimenti “Mafia-economia e Criminalità economica”, nonchè essere il magistrato inquirente di eclatanti e importantissimi processi come quello a carico del senatore Giulio Andreotti per il reato di associazione di tipo mafioso, per l’omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto della Chiesa, per l’omicidio del segretario regionale del Pci, Pio La Torre, nonchè autore dello splendido libro, edito da Chiarelettere “Il Ritorno del Principe”, ha scritto il seguente articolo sull’atteggiamento simil-collusivo di certi registi di fiction (o film) che affrontano il “tema Mafia” senza abbracciare quella fondamentale virtù che dovrebbe essere posseduta da chi spesso intende raccontare la realtà: quella di mostrarcela con tutte le sue luci e le sue ombre nel pieno rispetto della Verità.

E’ oggettivamente un articolo lungo, ma credo che ne valga la pena. E mi piacerebbe conoscere il parere poi di coloro i quali dovessero leggerlo per potermici confrontare, eventualmente.


Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando. Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria criminale, intessuta di omicidi, cadaveri sciolti nell’acido, estorsioni, traffici di stupefacenti, di cui sono esclusivi protagonisti personaggi di questa risma: gente che viene dalla campagna o dai quartieri degradati delle città, e che si esprime in un italiano approssimativo. Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco, di qualche pecora nera appartenente al mondo della gente “normale”. Ma, del resto, in quale famiglia non esiste qualche pecora nera? Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattivi, e nel fare appello alla buona volontà di tutti i cittadini onesti perché collaborino con lo sforzo indefesso delle forze di polizia e della magistratura per estirpare la mala pianta. Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo. Un pastone che non fornisce le chiavi per dare risposta ad alcune domande elementari. Ad esempio come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?

Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso? Ecco, quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi. Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) – Riina, Provenzano, Messina Denaro, i casalesi – elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato, che fornisce risposte illuminanti a molte delle domande di cui sopra. Un’altra storia intessuta di centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi, che hanno fatto le nostre stesse scuole, frequentano i nostri stessi salotti, pregano il nostro stesso Dio… Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra – quella degli assassini – e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete, tanto da rivelarsi come due facce dello stesso mondo. Un’altra storia che racconta l’osceno di questo Paese, quel che è avvenuto ob scenum, mettendo a nudo un fuori scena affollato di una moltitudine di sepolcri imbiancati che hanno armato la mano dei killer o li hanno protetti con il loro silenzio complice.

Che racconta come gli assassini arrivino sulla scena per buon ultimi, quando i sepolcri imbiancati hanno fallito nel fuori scena tutti i tentativi necessari per convincere la vittima ad ascoltare, per il suo bene e quello della sua famiglia, i consigli degli amici, sicché, come sono solite fare le persone istruite e timorose di Dio, allargando sconsolati le braccia ripetono: “Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere…”. Centinaia di processi che costringono a rileggere la storia della mafia non più come una storia altra, che non ci appartiene e non ci chiama in causa, ma piuttosto come un terribile e irrisolto affare di famiglia, interno a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale, la cui criminalità si è estrinsecata nel corso dei secoli in tre forme: lo stragismo e l’omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tre forme criminali che essendo espressione del potere sono accomunate non a caso da un unico comun denominatore, che è il crisma stesso del potere: l’eterna impunità garantita ai mandanti eccellenti di stragi e omicidi politici e ai principali protagonisti delle vicende corruttive. Una storia-matrioska nel cui ventre si celano centinaia di storie accertate con sentenze definitive, che sembrano fatte apposta per la felicità di qualsiasi sceneggiatore e regista che volesse prendersi la briga di narrarle. Vogliamo provare a raccontarne solo una tra le tante? C’era una volta…, anzi… mi correggo. Ci fu per una volta, e per un breve periodo, in un’isola di assolata e bruciante bellezza, un Presidente della Regione che si chiamava Piersanti Mattarella, notabile democristiano figlio di un ex Ministro, il quale si era messo in testa di cambiare il corso delle cose e di moralizzare la vita pubblica. Iniziò quindi a promuovere leggi per controllare il modo in cui erano spesi i soldi della collettività, e a disporre ispezioni straordinarie per accertare come venivano assegnati gli appalti pubblici. Gli amici gli consigliavano di lasciar perdere, ma lui non recedeva dai suoi propositi. Lentamente, giorno dopo giorno, cominciò a trovarsi sempre più solo. Frequentarlo significava rischiare di restare impigliati dentro la «camera della morte». Così viene chiamata in Sicilia l’enorme e invisibile rete costruita sott’acqua per imprigionare i tonni, che, quando riemergono in superficie dal fondo della rete, si trovano circondati dalle barche disposte in cerchio e vengono finiti a colpi di arpione nel corso delle mattanze: bagni di sangue che evocano antichi rituali sacrificali dove vita e morte si confondono, giacché l’una si nutre dell’altra. Quando Mattarella percepì attraverso il linguaggio mutigno dei gesti degli “amici” – i loro sguardi costernati, i loro silenzi imbarazzati – che il rullo dei tamburi di morte si faceva sempre più vicino, tentò di salvarsi la vita chiedendo aiuto a Roma ad alcuni vertici del suo partito e al Ministro degli Interni. Al ritorno dalla sua trasferta romana, confidò alla sua segretaria che se gli fosse accaduto qualcosa la causa sarebbe stata da ricercarsi in quel viaggio romano. Mentre Mattarella volava a Roma, un altro aereo si alzava segretamente in volo dalla Capitale verso la Sicilia.

A bordo si trovava uno degli uomini più potenti del Paese, personificazione stessa del potere statale: Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventidue volte Ministro. Dove andava Andreotti in gran segreto? Partecipava a un incontro con i capi della mafia militare e quelli della mafia dei colletti bianchi: l’onorevole Salvo Lima e i cugini Nino e Ignazio Salvo. In quel qualificato consesso si discuteva del “problema Mattarella”, quel democristiano anomalo che si ostinava a non ascoltare i buoni consigli degli “amici” e stava compromettendo gli interessi del sistema di potere mafioso. Il 6 gennaio 1980, Mattarella fu ucciso sotto casa da un commando mafioso. Giulio Andreotti tornò segretamente in Sicilia e all’interno di una villa incontrò alcuni dei mafiosi assassini di Mattarella che, com’è sacramentato in una sentenza definitiva della Repubblica italiana, avrebbe coperto con il suo silenzio complice per il resto dei suoi giorni, garantendo così la loro impunità e alimentando il senso di onnipotenza della mafia ¹. Che ve ne pare? Non vi sembra una storia inventata apposta per un film? Se, come diceva Hegel, il demonio si nasconde nel dettaglio, nel dettaglio di questa storia è leggibile il segreto dell’irredimibilità e della dimensione macropolitica del problema mafia, al di là delle imposture e dei depistaggi alimentati dal sapere ufficiale che lo spaccia come quella vicenda di bassa macelleria criminale di cui dicevo all’inizio. Di storie simili se ne potrebbero raccontare per mille e una notte. Sono tutte racchiuse in un enorme giacimento a cielo aperto a disposizione di chiunque: le pagine dei tanti processi che con un tributo altissimo di sangue hanno per la prima volta in Italia portato sul banco degli imputati non solo i soliti brutti sporchi e cattivi, i bravi di Don Rodrigo, ma anche il “Principe” di cui essi sono stati instrumentum regni e scoria, e senza la cui protezione e complicità sarebbero stati da tempo spazzati via. Un album di famiglia di “intoccabili”, che nel loro insieme ricompongono il segreto ritratto di Dorian Gray di una componente irredimibile della nostra classe dirigente: ministri, capi dei servizi segreti, vertici di polizia, parlamentari, alti magistrati, alti prelati, banchieri, uomini a capo di imperi economici. Storie scomode perché chiamano in causa responsabilità collettive, costringono a interrogarsi sull’identità culturale del Paese e sul passato e sul futuro… o sulla mancanza di futuro di un’Italia ancora troppo immatura per fare i conti con la propria storia e verità, e quindi condannata a vivere all’interno di una tragedia inceppata, destinata ciclicamente a ripetersi, pur nelle sue varianti storiche. Storie scomode che dimostrano quanto sia fuori dalla realtà continuare a raccontare il come e il perché della mafia come una sorta di opera dei pupi dove vengono messi in scena solo eroi solitari – Orlando e Rinaldo – che guerreggiano contro turpi saraceni: Riina, Provenzano, ecc. Dinanzi a tutto ciò, come spiegare il silenzio, la distrazione – che talora sembrano sconfinare nell’omertà culturale – di tanti sceneggiatori e registi? Induce a riflettere come tale omertà appaia perfettamente speculare a quella che caratterizza il discorso pubblico sulla mafia e sulla criminalità del potere, e come l’una e l’altra celino sotto il velo della retorica le piaghe della nazione.

Che pensare dinanzi a tante pellicole che, pure di ottima fattura, si rivelano tuttavia depistanti nel loro raccontare un universo mafioso quasi completamente decorrelato nella sua genesi e nelle sue dinamiche dal sistema di potere di cui è espressione e sottoprodotto? L’equivalente di raccontare la storia dei bravi di manzoniana memoria come un sottomondo autorefenziale, tagliando il cordone ombelicale con il sopramondo dei Don Rodrigo. L’equivalente di raccontare il Fascismo ascrivendone la responsabilità solo a un manipolo di esaltati gerarchi, e non già come l’autobiografia di una nazione. La storia di questo Paese ricorda a tratti quella di certe famiglie che nel salotto buono mettono in bella mostra per gli ospiti le glorie e il decoro della casata, e nello scantinato nascondono la stanza di Barbablù che gronda sangue. È lecito dubitare che la rimozione, alla quale ho accennato, sia solo frutto di distrazione o sottovalutazione? Si può ipotizzare che costituisca la “fisiologica” declinazione dell’essere la mafia una delle forme in cui si è storicamente manifestata la criminalità del potere in Italia? Il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: «Il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni». Questa massima riassume in modo magistrale l’esigenza di condizionare la costruzione del sapere sociale in modo da impedire al popolo di comprendere i segreti della macchina del potere, tra i quali i suoi crimini. Proprio per questo motivo, da sempre il sistema di potere ha falsificato il sapere sociale sulla mafia. Prima per decenni ne ha negato ostinatamente l’esistenza, poi, sino alla metà degli anni Ottanta, l’ha banalizzata a mera criminalità comune e, infine, dopo le stragi del 1992 e 1993, ha giocato la carta – sinora vincente – di ridurla a una storia di “mostri”, di orchi cattivi… Poiché, dunque, il sapere sociale non è mai innocente, viene da chiedersi sino a che punto la rimozione e l’adulterazione che caratterizza la rappresentazione filmica della mafia sia condizionata non solo dalle autocensure di chi ritiene sconveniente raccontare storie sgradite al potere, ma anche da un sistema che orienta la produzione, canalizzando le risorse solo sui film e le fiction “innocui” o, peggio, depistanti nel senso che contribuiscono a cristallizzare nell’immaginario collettivo i dogmi e le superstizioni tanto cari ai Mazzarino di ieri e a quelli di oggi. Comunque sia, quel che accade – o meglio che non accade – chiama in causa la responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo delle fiction e del cinema.

C’è una storia collettiva che attende ancora di essere raccontata e salvata dall’oblio organizzato, per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire adulto. Portarla alla luce in tanti processi è costato un altissimo prezzo: alcuni sono stati assassinati, altri – magistrati, poliziotti, semplici testimoni – segnati per il resto della vita. Ora tocca a qualcun altro fare la sua parte. E se ciò non dovesse avvenire, tra qualche anno dovremmo purtroppo fare nostra l’amara considerazione di Martin Luther King: «Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici».

Nella motivazione della sentenza n. 1564 del 2.5.2003 della Corte di Appello di Palermo nel processo a carico di Andreotti, confermata definitivamente in Cassazione, si legge: «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, al di là dell’opinione che si voglia coltivare sulla configurabilità nella fattispecie del reato di associazione per delinquere, che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

Troppe risorse a fiction depistanti che non centrano il vero bersaglio, Roberto Scarpinato, Corriere della Sera

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