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Il terremoto è un urlo della natura

Bello e condivisibile l’articolo di Mario Tozzi.

Forse è venuto il momento di renderci conto che il nostro è un territorio a elevato rischio naturale. E non importa se si tratta di eruzioni vulcaniche, alluvioni, frane o terremoti: comunque non riusciamo a trovare una via di convivenza che altre nazioni hanno intrapreso con successo. Certo, il nostro patrimonio costruttivo è antichissimo e non abbiamo uno skyline di grattacieli, ma di palazzi e chiese. Preoccuparsi dell’infragilimento di questo patrimonio non è solo questione di sicurezza, ma anche occasione di rilancio e di sviluppo ragionato. E l’Italia è uno dei paesi più giovani e geologicamente attivi del Mediterraneo: sarebbe bene adattarsi a questa condizione che non dipende in alcun modo da noi. Mentre da noi dipende la possibilità di convivere armonicamente con la natura di questo paese, se non trascuriamo la memoria e se a ricordarcelo non fossero sempre e solo le vittime.

La nota, sul terremoto emiliano, da parte dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, con cui si chiede espressamente e definitivamente la messa in sicurezza di tutto il territorio italiano, fortemente sismico.

Questo tragico evento deve far riflettere definitivamente il Governo, il Ministero dell’Ambiente e tutte le Istituzioni circa la non più prorogabile questione della messa in sicurezza del territorio nazionale, attraverso una legislazione moderna e profondamente rivolta alla sicurezza, alla gestione e tutela del Territorio e al futuro dell’enorme, inestimabile patrimonio, artistico, abitativo, paesaggistico e produttivo, del nostro Paese.

Per i geologi, inoltre, il pericolo potrebbe presto spostarsi in Veneto. A causa, poi, delle scosse di terremoto, avvertite in tutto il nord Italia e a causa delle quali sono decedute dieci persone nel modenese, sono crollati edifici già molto danneggiati dalla scossa del 20 maggio scorso. A testimonianza ulteriore di come i beni culturali continuino a risentire dello sciame sismico. Con il Governo, infine, che adotta con carattere di urgenza alcune misure, proprio per cercare di racimolare nuove risorse da destinare alle zone colpite dal terremoto.

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L’Aquila non esiste!

A tre anni dal terremoto, L’Aquila è ancora un non-luogo” è il mio nuovo post per Ediltecnico. Ne avevo già scritto, alcuni giorni fa, qui.

Del resto il modello della New Town, sorta a non pochi chilometri di distanza dal nucleo urbano originario, può essere percepito come esperimento sociale, sulla base della riorganizzazione degli spazi vitali e quotidiani. Parafrasando Italo Calvino e la sua “città ideale” si potrebbe dire che “L’Aquila 2” simboleggia l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata dove nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto. Si crea, cosi, un nuovo modello di socialità, non spontaneo, poco autonomo, dove viene ridotto drasticamente quel diritto alla città, spesso sottovalutato, da cui invece si dovrebbe ripartire, per far tornare a volare L’Aquila. E spingere i cittadini oggi emigrati a tornarvi e a farla rivivere grazie al talento di ciascuno. Perché il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

A 3 anni dal terremoto

Il terzo anniversario del terremoto che ha distrutto e cancellato L’Aquila – era il 6 aprile 2009 – ha consentito a una moltitudine di intellettuali, più presunti che veri, di lanciarsi in analisi essenzialmente sociologiche su cosa simboleggi oggi la città svuotata. Non essendo un sociologo né un intellettuale né uno che pensa di avere sempre il pensiero giusto sui fenomeni del nostro tempo, qualsiasi sia la loro natura, ma solo un cittadino che cerca di farsi un’ idea, nel bene o nel male, anche attraverso le cose che legge, penso che sull’Aquila ci sia moltissimo da raccontare: partendo dallo stupro alla democrazia che si è consumato finendo con la gravità dell’avidità di quella che poi abbiamo imparato a chiamare “cricca”, attraversando il dolore dei tanti cittadini vittime della sciagura che sono stati moralmente ingannati e poi abbandonati. Ora, però, vorrei evidenziare ciò che di interessante, per me, emerge da questo post sociologico-urbanistico.

I modelli di città che si delineano all’Aquila dopo il terremoto, sia il campo recintato e sorvegliato che “L’Aquila 2″, simboleggiano l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata. Città in cui nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto, sorvegliato. Il ruolo della “città perfetta” è assegnato in particolar modo all’Aquila 2. La scelta del Governo e della Protezione Civile di svuotare e recintare il vecchio centro e di realizzare una “new town” in un luogo anonimo in periferia, non è affatto casuale, oppure dettata dalla mera “emergenza”. A distanza di 3 anni e alla luce delle inchieste giudiziarie nonché dei miliardi pubblici stanziati per la realizzazione di tutto ciò, tali scelte non appaiono affatto casuali. Quel terremoto sembra essere stato “sfruttato” per realizzare e sperimentare molto altro: ovvero nuovi modelli di socialità. Perché lo spazio in cui viviamo ci definisce e modella le nostre relazioni sociali. “La scelta della città che vogliamo non può essere separata da quella di un certo tipo di legami sociali, di rapporti con l’ambiente naturale, di stili di vita, di tecnologie e di valori estetici”, afferma David Harvey, rivendicando un inedito, quanto trascurato, “diritto alla città”. Significa che il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

Siamo un Paese fondato sull’abusivismo. Edilizio

L’Italia sta cedendo. Non politicamente in questo caso. No. Sta letteralmente cedendo, strutturalmente. Colpevole solo la natura? Non solo. La natura sta dando “una mano” a scoperchiare una edilizia abusiva che è la realtà del nostro Paese da oltre trent’anni.
Siamo un Paese fondato sull’abusivismo edilizio. Eppure, abbiamo una legislazione in materia che fa venire i brividi a qualsiasi altra nazione europea. Gli iter amministrativi legali, se conosciuti, farebbero togliere qualsiasi voglia di edificazione a qualsiasi cittadino ed impresa edile.

Soffochiamo di burocrazia. Sarà questo il motivo per cui poi, realisticamente. Si trova la “soluzione” a tutto, quella che accontenta chi costruisce, chi compra chi firma le approvazioni sulle edificazioni?
In realtà, la nostra legislazione in materia di edilizia è così articolata e complessa che spesso appunto, non viene minimamente presa in considerazione.

Così spesso, sempre più spesso si “chiude un occhio”. Meglio: tutti e due.

Accade nell’edilizia privata dove malgrado “Tangentopoli” le mazzette a chi di dovere sono all’ordine del giorno. Ma succede – fatto allarmante – sempre e comunque quando si tratta di edilizia pubblica.
Siamo vittime del nostro stesso Sistema. Un Sistema così complesso da lasciare spazio ad ogni argomentazione e sviluppo di illegalità. Se in effetti gli iter burocratici in materia di edilizia fossero snelliti, e se le verifiche fossero effettuate realisticamente, potremmo contare su un Sistema dinamico, sicuro e a garanzia di un reale sviluppo infrastrutturale del nostro Paese.

Invece no. Ove le azioni vengono seriamente compromesse da un sistema legislativo e burocratico aberrante, si trovano molti éscamotàges per farla franca. In qualche modo, nel caos si sa albergano tutte le possibilità. In primis, quelle della speculazione.
Una nazione intera, edificata su aree non edificabili. Costruita con materiali di terz’ordine. Spesso senza alcun piano regolatore. Tanto poi arriva una sanatoria, e tutto viene rimesso in ordine.
Situazioni insospettabili eppure reali: interi edifici pubblici – ospedali in testa – sono edificati senza alcun criterio legislativo, senza – addirittura – accatastamento. Un caso per tutti: l’Ospedale S. Salvatore dell’Aquila. Trent’anni di lavori, al solo scopo di generare finanziamenti su finanziamenti. Un’inaugurazione pubblica all’inizio del 2000 senza alcuna documentazione reale: bastò l’ok di un Manager della ASL locale e nessuno che chiedesse altro.

L’Impresa costruttrice, la solita imperterrita Impregilo s.p.a. che scansa le inchieste come il migliore dribblatore di una partita di calcio nazionale.

Ma ora, dopo trent’anni di edilizia selvaggia, compromessa, folle, impossibile, scadente…ecco che ci pensa la natura a presentare il conto.
Un terremoto, un’alluvione… ed ecco che un pezzo alla volta, l’Italia scompare, portandosi nella tomba Storia, Geografia, umanità, razionalità.
Siamo un Paese compromesso dalle fondamenta. Siamo alla resa dei conti: pensare che il prossimo può essere chiunque di noi, è terrificante ma reale.

Mezzi a disposizione per intervenire sulle infrastrutture? Non ci saranno mai.

Servirebbe un piano nazionale, servirebbe la volontà di tutti di metter le mani laddove la parola “scandalo” urla vendetta e parla di morti, sangue, miseria e disperazione.
A nessuno interessa il passato. Bisogna andare avanti. Verso lo sviluppo, verso il futuro. Verso un’Italia che sta cambiando faccia, forma e che porge la guancia agli schiaffoni di un Potere che basa tutta la sua operosità al massimo guadagno. Meglio se personale.
Un giorno sarà necessario rimetter mano alle piantine toponomastiche. Da Nord a Sud città e paesi sono stati toccati da un qualche terribile evento catastrofico.

E le ricostruzioni “provvisorie” sono divenute il futuro di figli di una generazione compromessa da uno stato mentale aberrato da un Potere che non merita più di esser nominato tale.

L’attesa del peggio è ciò che ci rimane. Meglio aprire gli occhi e rendersene conto.
Una volta per tutte.

L’Italia sta crollando. Siamo un Paese fondato sull’abusivismo. Edilizio; Emilia Urso Anfuso per Agoravox Italia

Terremoto in Abruzzo: Protezione Civile nei guai…

Ci sono alcune questioni, vicende, aspetti di rilevanza nazionale di cui la popolazione non deve essere messa al corrente. E’ una strategia di “disinformazione” durevole, efficace e ben consolidata. Nulla sembra in grado di metterne in discussione la correttezza e la validità. Nemmeno il peggiore degli eventi.

E così, come al popolo aquilano è stato negato prima del terremoto il diritto di sapere ciò a cui stava andando incontro, ora al popolo nazionale viene negato il diritto di sapere che gli enti preposti alla sua sicurezza sono accusati di omicidio colposo plurimo.
Salvo pochissime lodevoli eccezioni (prevalentemente organi di informazione locali e blog/siti di informazione), l’informazione nostrana ha accuratamente ignorato questa notevole vicenda.

Il 14 dicembre del 2008 aveva inizio nel territorio aquilano quell’attività sismica che avrebbe colpito l’intera provincia per oltre 8 mesi, una serie inarrestabile di scosse telluriche che durano ancora oggi. Tutto iniziò con una debolissima scossa di magnitudo 1,8. Era il prologo della fine.

Nei mesi di gennaio, febbraio e marzo le scosse vanno via via intensificandosi, in magnitudo e in frequenza, fino ad arrivare alla forte scossa del 30 marzo. Una scossa di media entità, 4 gradi Richter, in grado però di procurare una considerevole quantità di danni strutturali al capoluogo abruzzese, una città dal prezioso valore storico. Il comune di L’Aquila, sotto ordine del sindaco Cialente, ordina la chiusura di tutti gli edifici scolastici sin dal 31 marzo ed effettua, in collaborazione con la Provincia dell’Aquila, una serie di sopralluoghi per la stima dei danni e dei rischi strutturali vigenti.

15 milioni la stima dei danni (a edifici pubblici e privati) cui fare fronte. 2 scuole risultano inagibili. Le altre se la cavano con lievi lesioni strutturali.

Gli enti locali intravedono una preoccupante escalation dell’attività sismica. Pertanto chiedono d’urgenza una riunione ad-hoc della Commissione Grandi Rischi (commissione costituita da Protezione Civile, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Centro Nazionale Terremoti, fondazione Eucentre, Ufficio Rischio Sismico della P.C. ed esponenti dell’universo scientifico nazionale), che viene fissata per il giorno successivo, il 31 marzo, proprio a L’Aquila.

Lo scopo della riunione, stando alle note ufficiali della Protezione Civile, consiste nel “fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane“. Una motivazione che, con il senno di poi, risulta essere una beffa, una presa in giro, ben peggiore del risultato della riunione stessa.

In serata, infatti, viene pubblicato il verbale della riunione. Nelle stesse ore i componenti della Grandi Rischi rilasciano interviste e dichiarazioni presso i più svariati organi di informazione. Abruzzo 24 Ore riporta con chiarezza il risultato della riunione:
Lo sciame sismico che interessa l’Aquila da circa tre mesi è un fenomeno geologico tutto sommato normale, che non è il preludio ad eventi sismici parossistici, anzi il lento e continuo scarico di energia, statistiche alla mano, fa prevedere un lento diradarsi dello sciame con piccole scosse non pericolose“.

Al tempo stesso, si aggiunge: “Uno specifico evento sismico non può essere previsto, chi lo fa procura solo ingiustificato allarme“.

Una dichiarazione che va ad annullarsi da sola: si stabilisce la normalità e la regolarità dello sciame sismico, salvo poi dichiarare che è scientificamente impossibile fare previsioni. Una regola che vale per Giampaolo Giuliani ma non per gli enti legati all’esecutivo nazionale.

Ancora più esplicita la dichiarazione ufficiale di Bernardo De Bernardinis, vice-capo della Protezione Civile, riportata da Il Capoluogo d’Abruzzo:
È utile precisare che non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un terremoto e che non c’è nessun allarme in corso da parte del Dipartimento della Protezione Civile, ma una continua attività di monitoraggio e di attenzione. Rispetto alle conoscenze scientifiche attuali per quanto riguarda lo sciame sismico in atto, non ci aspettiamo una crescita della magnitudo. È lecito aspettarsi altri danni, ma sempre su questa tipologia, vale a dire su elementi secondari, come i cornicioni, ma certamente non strutturali. Non esiste, ad oggi alcuna possibilità di prevedere i terremoti. Possiamo solo capire quello che potrebbe essere lo scenario atteso“.

Era possibile solo capire lo scenario atteso. E non lo si è fatto. Se le dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa risultavano improntate alla più azzardata rassicurazione, non era da meno il verbale ufficiale della riunione rilasciato dalla Grandi Rischi.

Prof. Boschi (Presidente INGV): “I forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno molto lunghi. Improbabile che ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta“.

Prof. Calvi (Eucentre): “Sulla base del documento distribuito dal DPC si nota che le registrazioni delle scosse sono caratterizzate da forti picchi di accelerazione, ma con spostamenti spettrali molto contenuti, di pochi millimetri, e perciò difficilmente in grado di produrre danni alle strutture.
C’è quindi da attendersi danni alle strutture più sensibili alle accelerazioni, quali quelle a comportamento fragile“.

Quando De Bernardinis chiede l’entità dei possibili danni successivi ad una scossa, il Professor Dolce (Direttore Ufficio Rischio Sismico Protezione Civile) “evidenzia la vulnerabilità di parti fragili non strutturali ed evidenzia come sia importante, nei prossimi rilievi agli edifici scolastici, verificare la presenza di tali elementi, quali controsoffittature, camini, cornicioni in condizioni precarie“.

La possibilità di danni alle strutture, alle fondamenta, veniva esclusa a priori. Dall’intera commissione. Fatta eccezione per il Professor Claudio Eva, dell’Università di Genova, che non ha rilasciato nessuna dichiarazione a verbale. Il giorno successivo alla riunione, nonostante la mobilitazione compatta dell’apparato governativo della Grandi Rischi, permangono le forti perplessità e i dubbi del sindaco Cialente sulle conclusioni della Commissione e, navigando a forza contro la corrente della “rassicurazione” e dell’”ottimismo”, porta la Giunta Comunale a deliberare una formale richiesta di dichiarazione dello Stato d’Emergenza per le zone colpite dal sisma del 30 marzo.

Queste le frasi con cui la richiesta viene presentata formalmente tramite raccomandata al Dipartimento della Protezione Civile:
In relazione ai gravi e perduranti episodi di eventi sismici il cui inizio risale al 16 gennaio scorso, sotto forma di quotidiano sciame sismico di complessive 200 scosse e oltre, culminato con scossa di quarto grado il 30 marzo scorso, chiedesi urgente e congruo stanziamento di fondi per prime emergenze, nonché dichiarazione stato emergenza ai fini dell’effettuazione dei necessari interventi di ripristino idoneità degli edifici pubblici e privati. Inoltre, si segnalano in particolare gravissimi danni strutturali in due edifici scolastici ospitanti cinquecento alunni“.

La richiesta del Comune di L’Aquila trova spazio sui tanti quotidiani abruzzesi il giorno dopo la sua delibera. Non è una vicenda segreta. E’ un atto pubblico noto sin dal giorno della sua approvazione. Una richiesta ragionevole, dettata dalla giustificata paura di un incremento dell’attività sismica. Una paura tramutatasi in terrificante realtà. Ed una raccomandata lasciata marcire in dimenticatoio.

5 giorni dopo la richiesta inviata al Dipartimento della Protezione Civile la scossa di magnitudo momento 6.3 distrugge il capoluogo abruzzese. Lo stesso giorno della catastrofe, Bertolaso giustifica la posizione della Grandi Rischi con le seguenti parole:
Avevo chiesto la riunione perché volevo un momento di confronto (con chi?, ndr). Dopo c’è stata una conferenza stampa in cui professor Barberi e il professor Boschi più altri esperti di chiara fama hanno esaminato tutte le informazioni ed hanno stabilito che non era assolutamente prevedibile alcuna situazione di terremoto più violenta di quelle che erano state registrate“.

Dimentica di dire che oltre a stabilire l’impossibilità di prevedere, “gli esperti di chiara fama” (tra cui il suo facente veci, De Bernardinis) hanno stabilito che era da escludere un incremento dell’attività. Sembrava essere una storia tipicamente italica, dove valutazioni azzardate, rassicurazioni forzate e senza fondamento, volontà politiche di tenere buona una popolazione al limite del panico finiscono per indurre ad una pericolosa serenità, forse corresponsabile di alcuni dei 307 morti del 6 aprile e su cui nessuno spenderà mezza parola di critica.

Questa volta, quell’oblio tipico da “scurdammece o’ passate“, non ha trovato terreno fertile. E così un avvocato del foro di L’Aquila, Antonio Valentini, pochissimi giorni fa ha presentato alla Procura della Repubblica di L’Aquila un esposto per omicidio colposo che chiama in giudizio l’intera Commissione Grandi Rischi, raccogliendo a sé numerosissime testimonianze, tra cui i tanti familiari delle vittime della Casa dello Studente.

Un’ipotesi di reato che si configura come l’opposto del “procurato allarme”. E che, a differenza di quest’ultimo, può essere davvero letale.

Protezione Civile e INGV sotto indagine a L’Aquila: l’accusa di omicidio colposo plurimo, Agoravox, Alessandro Tauro

P.s.: L’Aquila, tensione nella tendopoli: “Ci mandano troppo lontano” di Giuseppe Caporale, La Repubblica

Terremoto e ricostruzione: Una questione di manganelli

Enti locali esautorati e militarizzazione del territorio, tensioni e senso di abbandono. E l’esecutivo teme per l’ordine pubblico.

La militarizzazione imposta in Abruzzo – a più di un mese dal sisma – rischia di diventare il vero punto debole del governo. Percepita inizialmente come efficienza nel coordinamento dei soccorsi e poi come prevenzione dello sciacallaggio, ora è proprio la crescente militarizzazione a provocare reazioni di dissenso tra gli sfollati. E la preoccupazione aumenta con l’avvicinarsi del G8. Evento di cui si sa poco (gli interventi e le opere previste sono, ovviamente, coperte dal segreto) ma di cui, comunque, si temono gli effetti. La situazione è sempre più pesante sia a L’Aquila che nelle altre aree colpite dal sisma.

Diversi quartieri e l’intero centro storico del capoluogo, insieme a quelli delle frazioni e dei comuni del circondario, sono stati dichiarati “zone rosse” in cui è impedito l’accesso agli stessi residenti. La notte scatta una sorta di coprifuoco in cui gli unici mezzi in movimento sono quelli di esercito e forze dell’ordine, mentre videocamere ed elicotteri attrezzati con visori notturni, tengono sotto controllo tutto ciò che si muove. Contemporaneamente, alle forze dell’ordine s’impartiscono ordini schizofrenici: si controllano gli scontrini ai venditori di porchetta ma non si vigila sullo smaltimento dei rifiuti, si cerca di impedire ai giornalisti di testimoniare le reali situazione di emergenza e contemporaneamente si abbassa l’attenzione sulla “conservazione” delle prove dei crolli “anomali”. Intanto, tra le decine di migliaia di sfollati ci si comincia a rendere conto che il primo mese è passato senza che nessun intervento sia stato realizzato per consentire almeno l’accesso nelle “zone rosse”: non solo non sono state rimosse le macerie o messi in sicurezza gli edifici pericolanti ma nelle abitazioni inagibili non sono stati nemmeno svuotati i frigoriferi, con rischi di possibili epidemie.

Con i primi dubbi, si manifestano i malumori dovuti agli ultimi provvedimenti presi nelle tendopoli gestite dalla Protezione civile. Da una settimana, agli sfollati sono stati imposti braccialetti e tesserini di riconoscimento da esibire a ogni accesso. L’erogazione del servizio mensa ai terremotati degli accampamenti autogestiti è stata sospesa, come è successo a Paganica o Civita di Bagno. In una tendopoli de L’Aquila, il servizio è stato negato ai vigili del fuoco che protestavano per la fila eccessiva. Non si tratta di circolari ufficiali della Protezione civile. A decidere il giro di vite sono i singoli capi campo che a ogni avvicendamento reinterpretano i regolamenti in maniera più o meno rigida, fino al punto di sfiorare il libero arbitrio: in alcune tendopoli, come a Fossa, alcuni residenti sono costretti a ridiscutere il diritto a una tenda a ogni cambio del capo di turno, che impone un’applicazione burocratica delle direttive.
In questo clima, molte associazioni di volontariato disertano i magazzini della Protezione civile, preferendo distribuire gli aiuti direttamente agli sfollati degli accampamenti spontanei.

Gli abruzzesi stanno lentamente uscendo dal trauma emotivo causato dal terremoto e cominciano a rendersi conto della situazione in cui sono precipitati. Rimane la paura delle scosse che non si fermano ma aumenta la consapevolezza del futuro che li attende, e non ci stanno.
Gli enti locali, esautorati di ogni potere reale, cominciano a reagire e tentano di rompere il muro di silenzio e di far sentire la loro voce critica. Nascono anche i comitati spontanei: prima quelli creati da gruppi di studenti, professionisti, insegnanti, artisti e associazioni culturali, sportive o di categoria, ora quelli nei singoli paesi o tendopoli. E la prima richiesta è quella dell’informazione. Sarà un caso, ma è stata interrotta da alcuni giorni la distribuzione gratuita dei principali quotidiani nelle tendopoli e le edicole aperte in tutto il territorio si contano sulle dita di una mano.

Per ognuno di essi un solo comune denominatore: autorganizzarsi per rivendicare i diritti elementari di cittadinanza. Le rivendicazioni sono numerose: critica serrata al decreto del governo; rifiuto della militarizzazione del territorio; lotta allo smembramento dell’università e al trasferimento delle sedi istituzionali in altri territori; diritto dei cittadini a decidere i modi e i tempi della ricostruzione; ripresa dell’economia locale; garanzie contro le infiltrazioni della criminalità organizzata; difesa del territorio e dell’ambiente; recupero di monumenti, centri storici e opere d’arte. La progressiva sospensione dello Stato di diritto ha creato numerosi problemi alla società civile. Ma quello che ora preoccupa il governo è che si verifichi una saldatura tra le rivendicazioni degli enti locali e quelle dei comitati spontanei. In questo quadro, i comportamenti muscolari della Protezione civile vengono letti anche come segnali di nervosismo.

Terremoto e ricostruzione: Una questione di manganelli di Angelo Venti da L’Aquila [su Left del 15 maggio 2009]

Giro di vite: un anno dopo

In questi giorni, nei quali festeggio il primo anno di vita di questo Blog, aperto il 3 maggio dell’anno scorso, che ha registrato, finora, l’accesso di oltre 17 mila persone alle quali va tutto il mio ringraziamento sincero per aver voluto leggere le mie riflessioni e per averle talvolta commentate, sto riflettendo, in modo assolutamente sereno e senza più alcuna illusione, su come, sempre più, questo mio amato Paese si sta sgretolando in infiniti granelli di sabbia che simboleggiano pienamente una totale perdita di consistenza e di autorevolezza sotto molteplici punti di vista.

Il terremoto in Abruzzo (con tutti i suoi mille rivoli, molti dei quali, non per colpa dei terremotati, di una pateticità e miserabilità inaudita a causa delle scorribande giornaliere di chi ha marciato e continuerà a marciare sul dolore e la disperazione della povera gente per luridi interessi personali e propagandistici), le vicende giudiziarie dei dott. De Magistris e Genchi (con linciaggi mediatici sempre molto tonici e vigorosi orditi anche da una stampa compiacente che ha dato risalto ed enfasi alle parole di quanti li volevano vedere agonizzanti e massacrati, rei di essere degli “scandali per la democrazia“, salvo poi essere omertosamente tutti assenti quando i diversi Tribunali hanno dato ragione ai due servitori dello Stato), il declassamento dell’Italia in paese “parzialmente libero” per quanto attiene la libertà di informazione (a causa dello “storico” e mai risolto conflitto di interessi del nostro Premier che concentra e assembla nella sua persona in modo perentorio e incostituzionale il potere politico con quello economico e mediatico dato dal possesso di giornali e televisioni), la separazione del medesimo dalla sua consorte, le continue calunnie e diffamazioni ordite da pseudo giornalisti, nient’altro che impiegati di redazioni, verso tutti coloro i quali, a prescindere dalla loro natura umana e professionale, cercano di perseverare nel loro rigore morale e nella loro capacità di non piegare la testa davanti agli abusi scellerati del Potere. E cosi tanti altri “fatterelli” più o meno importanti che si sono succeduti a ritmo sempre più incalzante dietro i quali è molto difficile non solo non perdere l’orientamento civile, ma anche non gettare “la spugna” in senso di resa considerata la profonda invasività di questa dimensione corroborata dal marcio e dalla corruzione, dal malaffare e dal servilismo.

E cosi, oltre a tutto questo, ci tocca registrare, da un lato, anche in vista delle imminenti elezioni amministrative ed europee, come la “mignottocrazia” della politica italiana è stata sdoganata completamente nella nostra quotidianità e nella società odierna dal Partito Del Letto (Pdl) attraverso una visione orizzontale delle donne e degli affari; dall’altro, oltre alla continua e tradizionale inesistenza di tutto quello che può essere declinato come “opposizione”, possiamo riscontrare come oggi sempre più, in modo strategico e fondamentale, tocca ai Cittadini dotarsi di “elmetto” e impegnarsi in una quotidiana e mai doma Resistenza, facendo sempre ed inesorabilmente il proprio Dovere, affinchè valori importanti come quelli insiti nella Costituzione mai ci abbandonino e mai vedano in noi arruolati “manganellatori” pronti a massacrarli e a smantellarli nella agonizzante bramosia di un Potere cieco e finto, millantato e perverso, che non può che portarci, ancor più, nel baratro e all’epilessia sociale.

Le "solite" buone notizie



In queste ore nelle quali il “nazista vestito di bianco” marcia sull’Abruzzo, apprendiamo che la Lega ricatta il Governo, ammettendo che potrebbe farlo cadere, se non vengono ripristinate le ronde, mentre da un lato il Pdl candida spogliarelliste e veline, dall’altro il Pd abbandona il Sindaco di Castelvolturno, dimissionario, perchè la “camorra è più forte”.

La Terra impazzita



La Terra impazzita e quell’urlo: «Altre bare»

Le regole e i sistemi che bisogna adottare e i giuramenti mai mantenuti

«Bare. Mandate altre bare». «Ancora?». «Ancora». Alle quattro del pomeriggio, tra i ciliegi e i meli in fiore di Onna, l’antica Villa Unda nota al papa Clemente III, è già chiaro che non bastano, tutte quelle casse di legno chiaro fatte arrivare a più riprese fin dalla mattina e allineate da una parte, sotto il tronco di una robinia. Un poliziotto stende sull’ultimo poveretto estratto dalle macerie, infagottato tra coperte e lenzuola, un pezzo di nastro adesivo da pittori. Ci scrive un nome col pennarello. Non c’è un passero che voli, nel cielo azzurro di Onna. Non una rondine che sfrecci. Non una cinciallegra che canti. Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata. Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole.

Continua qui


Eroi e vecchi camion, le due Italie

Fantastica dedizione e piccoli egoismi, i contrasti (storici) di un Paese in emergenza


[… inizia qui] È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli ego­ismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e don­ne accorsi da tutte le contrade a dare una mano. Nonostante le paure per uno scia­me sismico che pare non finire mai. I ca­ni, nel centro del capoluogo, sono nervo­si. Sembrano sentirli prima, loro, gli scrolloni della terra. Gli esperti dicono che è così da sem­pre. Che secondo Diodoro Siculo, pochi giorni prima che un sisma annientasse la città greca di Elice, nel Peloponneso, nel 373 a.C., i ratti e le donnole e i serpenti avevano abbandonato la città. E che tre giorni prima della spaventosa scudiscia­ta che qualche tempo fa sconquassò la ci­nese Mianzhu uccidendo duemila perso­ne, migliaia di rospi in fuga si erano ri­versati per le strade. E che gli etruschi, per capire, guardavano le vipere. Come noi oggi, mentre i sismologi si avventura­no tra i diagrammi, ci accorgiamo di but­tare un occhio, inquieti, su ogni bastardi­no che scodinzola tra i cornicioni sbricio­lati. Mentre una Volante passa per il cor­so principale con l’altoparlante a tutto volume per cacciare i rarissimi passanti che affrettano il passo: «Via da queste strade! Via da queste strade!».

[…]

Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indie­tro soltanto di qualche giorno. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalis­se di lunedì notte, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella pro­posta edilizia del governo alle Regioni del giugno scorso, mai nella prima bozza di un mese del «piano casa», mai nell’in­tesa del 31 marzo. Mai. Oggi Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano ca­sa «dovrà essere utile anche per le prote­zioni antisismiche» e il nuovo documen­to dato alle Regioni, ritoccato l’altro ieri in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di de­molizione e ricostruzione di immobili e gli interventi che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i mede­simi non può essere previsto né conces­so alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normati­va antisismica».

Terremoto in Abruzzo: Strage di Stato/2




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