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Demoliamo l’abusivismo edilizio

L’abusivismo edilizio, in Italia, non passa mai di moda. Purtroppo. E’ una di quelle tendenze di cui faremmo volentieri a meno. E’ un cancro per il paesaggio italiano. Chi ha promesso condoni e sanatorie da un lato e chi ha compiuto, quasi a prescindere, per un proprio vantaggio, uno o più abusi, dall’altro, ha dimostrato di non voler bene al Paese, di non aver alcun rispetto per il suo futuro e per quello delle prossime generazioni. L’abusivismo edilizio non è solo l’ennesima dimostrazione di come si possa oltrepassare, restando sostanzialmente impuniti, il limite imposto dalle leggi – definite nell’interesse di tutti i cittadini di una stessa comunità – o di come le norme paesaggistiche siano manipolabili a proprio uso e costume, quasi per un’ostentazione sfacciata del potere, ma è anche un atto di violenza – uno stupro – che commettiamo consapevolmente nei confronti della natura.

Nel nostro Paese, praticamente da sempre, non esiste una diffusa cultura ambientale. Il paesaggio è considerata una risorsa infinita e, quindi, sfruttabile all’infinito. Consumabile e sprecabile. I disastri procurati dal dissesto idrogeologico, come frane o alluvioni, spesso vengono attribuiti, per ignoranza e malafede, più alla fatalità che all’incapacità dell’uomo di riconoscere la propria corresponsabilità. L’abusivismo edilizio prende a pugni la bellezza. Le impedisce di esprimersi e di manifestarsi. Quando ci lamentiamo, spesso, della bruttezza delle nostre città, con la stessa spontaneità, dovremmo interrogarci più seriamente sulle ragioni di certi scempi. La bruttezza, come la bellezza, si crea. Ma quando è presente è da criminali lasciarla morire. Bisogna difendere la bellezza. Proteggerla per poterla diffondere. Solo nella bellezza noi possiamo ritrovare la nostra identità. Il 40% del patrimonio artistico, storico e culturale del mondo è in Italia.

Non disponendo ancora dei dati del 2012, si può rilevare che, nel 2011, in Italia, sono stati realizzati quasi 26 mila abusi, tra nuove case o grandi ristrutturazioni, pari al 13,4% del totale delle nuove costruzioni. E dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio, a oggi, sono state costruite oltre 258 mila case illegali, per un fatturato complessivo di 1,8 miliardi di euro.

Il terremoto che sconvolse l’Emilia Romagna e quello ancor più devastante che ha quasi raso al suolo L’Aquila, sembra siano stati rimossi, come insopportabili detriti della memoria, da un Paese che non si sente corresponsabile per quelle tante morti ingiuste, molte delle quali sprofondate sotto una quantità intollerabile di cemento abusivo e di costruzioni non edificate a regola d’arte.

Cosa si è fatto da allora? Quali politiche di prevenzione sono state messe in campo? Quali miglioramenti sono stati apportati ai nostri edifici pubblici, in un Paese dove ad avere problemi strutturali sono persino le scuole e gli ospedali? Quali speranze sono date ai cittadini italiani che dovrebbero aver imparato che quei terremoti non sono stati i primi e non saranno gli ultimi?

Da una ricerca di Legambiente si evince che in 72 comuni capoluogo di provincia sono state emesse 46.760 ordinanze di demolizione, ma ne sono state eseguite solo 4.956, ovvero circa il 10%. Legambiente, peraltro, partendo proprio da dati come questi, ha presentato una proposta di legge per “la demolizione del cemento illegale”, dopo aver pubblicato un interessante “manuale d’azione“. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo la Regione Puglia che, tra le prime in Italia, ha emanato una legge (la L.R. 15/2012)- sebbene oggi non sia totalmente attuata – orientata a contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio, favorendo l’istituto della demolizione, dal titolo: Norme in materia di funzioni regionali di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. Con la Guardia di Finanza, infine, che proprio in Puglia, il 23 aprile scorso, ha sequestrato 165 immobili illegali.

Abbattiamo l’abusivismo edilizio. Salviamo l’Italia.

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21 Aprile: Marcia per la Terra

L’iniziativa è promossa dal Forum “Salviamo il Paesaggio” in concomitanza con l’Earth Day mondiale –  a salvaguardia dei terreni liberi e fertili rimasti.

La manifestazione pubblica si svolgerà anche in Puglia, a Cisternino. Qui i dettagli.

Nella città dolente

E’ questo il titolo del nuovo libro di Vezio De Lucia, da me non ancora acquistato (lo farò presto), dedicato all’urbanistica italiana e a come, nei decenni, questa disciplina sia stata manipolata, da un trasversale potere politico-industriale usuraio e criminale, predeterminando i disastri paesaggistici e le deturpazioni ambientali presenti ovunque nel Paese.

Continuare con l’attuale ritmo di dissipazione del territorio, anche per pochi anni, in attesa che le Regioni si convertano al buongoverno, significherebbe toccare il fondo, l’annientamento fisico dell’Italia, un disastro non confrontabile con crisi come quelle economiche e finanziarie, più o meno lunghe, più o meno gravi, più o meno dolorose, ma dalle quali infine si viene fuori. Il saccheggio del territorio è invece irreversibile. (Occorrerebbe) un governo con persone sensibili, unitariamente impegnato in un’azione culturale e politica di convincimento dell’opinione pubblica, che propone un provvedimento statale senza misericordia – in attuazione dell’articolo 9 della Costituzione – che azzera tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obbliga a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati attraverso interventi di riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione, rinnovamento, restauro, risanamento, recupero. Si aprirebbe così una nuova stagione, diventerebbe fondamentale un nuovo strumento urbanistico formato semplicemente da una mappa con un’insormontabile «linea rossa» che segna il confine fra lo spazio edificato e quello rurale e aperto. Chi conosce le condizioni attuali delle città italiane sa che la strategia della invalicabile «linea rossa» non è un’utopia e stop al consumo del suolo non significa sviluppo zero.

Il social housing e il consumo di suolo

Le Primarie delle Idee promosse in questi giorni dal Fai – Fondo Ambiente Italiano – con l’intento di portare, nelle diverse Agende dei candidati Premier, i temi della salvaguardia del paesaggio italiano e la conservazione o valorizzazione dei beni culturali, oggi trascurati o peggio mal affrontati, mi fornisce lo spunto per condividere alcune notizie, sull’edilizia sostenibile e sul contrasto al consumo di suolo. A Desio, uno dei comuni (da 40 mila residenti) più importanti della Lombardia e non solo perché sciolto nel recente passato per infiltrazione mafiosa (la ‘ndrangheta esercitava tutta la sua influenza sugli appalti dell’edilizia), la nuova amministrazione, dopo aver riformulato proprio la materia degli appalti con l’introduzione di alcune novità (ad esempio le white lists, di cui ho parlato in questo blog nel passato, scrivendo di corruzione) ad opera del vicesindaco Lucrezia Ricchiuti, con il sindaco Roberto Corti racconta come è possibile realizzare uno strumento urbanistico evoluto in cui sia netta la discontinuità col passato limitando drasticamente l’espansione edilizia e in cui si punta con decisione alla riqualificazione del patrimonio già esistente. Le parole di buonsenso di questo amministratore pubblico mi hanno fatto ricordare quelle dell’urbanista Vezio De Lucia che, dopo aver ricordato una preziosa espressione pronunciata nel 1922 da Benedetto Croce (“Il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo”), scrive che:

La individuazione, da parte del Ministero (dei  Beni Culturali), delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali

auspicando che il prossimo esecutivo possa predisporre una norma che dia finalmente piena attuazione all’art. 9 della Costituzione con cui si azzerino immediatamente “tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obblighi a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati attraverso interventi di riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione, rinnovamento, restauro, risanamento, recupero (ovvero di riedificazione, riparazione, risistemazione, riutilizzo, rifacimento: la disponibilità di tanti sinonimi aiuta a cogliere la molteplicità delle circostanze e delle operazioni cui si può mettere mano)”. 

Una soluzione da incentivare e da potenziare è indubbiamente quella del social housing, per cui potrebbero reimpiegarsi le migliaia di alloggi sfitti e degradati presenti in abbondanza nelle nostre città. Qui la nuova proposta del Comune di Milano. Come, infine, tutte queste migliaia di abitazioni ad oggi inutilizzate sarebbero pure da riqualificare anche da punto di vista energetico, e non solo da punto di vista statico o funzionale, sulla base dei nuovi regolamenti edilizi sostenibili che in molti Comuni si stanno ultimamente predisponendo.

Tutti questi interventi, come è intuibile facilmente, non aiuterebbero soltanto l’ambiente e il nostro paesaggio, ma rimetterebbero in moto l’economia “convertita” alla sostenibilità con la possibilità di ricreare occupazione. Pensiamoci.

Benigni: “Il Paesaggio Italiano è un marchio”

“Una volta c’erano i campi di sterminio. Ora c’è lo sterminio dei campi. Ma è la stessa violenza, quella della guerra. Distruggiamo quello che loro (i padri costituenti) ci hanno tutelato. Noi viviamo a spese delle generazioni future”.

Gli ecomusei urbani: l’esperienza pugliese

Ecco l’articolo Paesaggio ambiente città devono avere etica ed anima in formato pdf.

Paesaggio, ambiente, città devono avere etica ed anima

Ce lo chiede l’Europa: salvate il suolo

Città sempre più grandi per sempre meno persone. Il mio ritorno su Lettera 43.

Ad oggi gli edifici esistenti ammontano a circa 13 milioni, di cui 11 milioni ad uso abitativo e i restanti destinati ad usi produttivi e terziari. Su 29 milioni di unità abitative si calcola che 1/6 siano sfitte oppure seconde case. Confrontando crescita demografica ed edilizia, ogni nuovo nato avrebbe a disposizione circa 9 appartamenti. 3/4 del patrimonio è stato costruito tra il 1946 e il 1991. Il 30% versa oggi in cattive condizioni. 3 case su 4 hanno prestazioni inadeguate, anche quelle di recente costruzione. Il comparto edilizio è responsabile del 35% dei consumi energetici totali. Il suolo è una risorsa finita e non riproducibile. Il suo consumo è cresciuto per spinte immobiliari e a causa degli alti costi dei processi di riqualificazione.

L’unificazione dei Comuni per limitare il consumo di suolo

Una più che interessante riflessione di Paolo Pileri ed Elena Granata su come al problema del consumo di suolo sia strettamente connessa anche la questione dei piccoli e piccolissimi Comuni che, in Italia, sono quasi il 70% del totale e di come, perciò, una possibile soluzione potrebbe essere la fusione di questi centri ed una più efficace riorganizzazione di tutto l’apparato burocratico che permetta un governo del territorio più consapevole e più attento alla risorsa del suolo, prevedendo l’istituzione di un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli.

Da oltre duecento anni i comuni sono il cardine del nostro sistema politico: governano il territorio; sono responsabili del più importante piano urbanistico che il nostro diritto prevede; le loro scelte hanno ricadute dirette sull’ambiente e sul paesaggio, come sulla salute dei cittadini e sulla qualità della loro vita. È con il Comune che i cittadini hanno il primo contatto con l’istituzione pubblica e con la politica. Il problema dell’uso del suolo non può risentire, pur in parte, della configurazione così frammentata e autonoma dei comuni? Le cementificazioni eccessive degli ultimi decenni, la perdita di suoli agricoli o il degrado del paesaggio, non potrebbero essere in qualche modo un effetto anche di questa configurazione così autonoma e indipendente ma eccessivamente frammentata nelle decisioni che interessano un bene prezioso e comune come il suolo del nostro Paese?  Alcuni dati possono aiutarci in questa riflessione. La superficie totale del nostro paese è di 30.203.834 ettari di cui il 35,2% è montana (10.611.010 ettari), il 41,6% è collinare (12.541.898 ettari) e solo il 23,2% è planiziale (6.980.693 ettari). Abbiamo 8.092 comuni dove abitano 60.626.442 abitanti. Oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno. Rispetto all’uso del suolo, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione. Il più celebre tentativo di eliminare o ridurre la marginalità privata sulla rendita fondiaria, trasferendola al soggetto pubblico (come avviene in molti altri paesi europei), fu quello proposto da Fiorentino Sullo nel 1963. Evidentemente il passaggio da uso agricolo a uso urbano è una delle più redditizie e ambiziose operazioni che la speculazione privata attende. La decisione di tale cambiamento di destinazione d’uso è in mano esclusiva alla rappresentanza politica nei diversi comuni. Si tratta di una responsabilità grandissima che, però, vista la polverizzazione dei comuni e delle compagini politiche locali, diviene anche un possibile punto debole dell’intero sistema di governo del territorio. È tempo di pensare ad una nuova legge urbanistica nazionale, capace di fermare il consumo di suolo, di guardare al suolo come una risorsa il più indifferente possibile alla rendita, di catturare i surplus che altrimenti andrebbero solo ai privati (e al pubblico l’onere di manutenere servizi e infrastrutture), di avere consapevolezza dell’alto valore collettivo e ambientale dello spazio aperto. Un primo elemento che possiamo far notare affonda le radici nelle vicende di questi ultimi venti anni di politiche urbanistiche che si sono sempre più intrecciate con una progressiva autonomia dei sindaci e un ingresso sempre più forte degli attori privati nella scena pubblica. La dissipazione di suoli agricoli e naturali è stata particolarmente evidente in questi anni e questa sovrapposizione tra dissipazione, autonomie politiche locali e interessi privati non è forse casuale.  In questa recente stagione di autonomia politica si è rafforzata la figura del sindaco insieme a quella della sua giunta ed è di fatto aumentato il margine di arbitrio di trasformazione del territorio, sia grazie a una serie di strumenti urbanistici contrattati, sia a causa di un progressivo sganciamento dell’urbanistica dalle regioni a favore dei comuni, sia ancora per alcune distorsioni nella fiscalità locale. Ciò è avvenuto in tutte le regioni italiane. Tutto questo non ha certo né aiutato a frenare i consumi di suolo, né a provare rispetto per il paesaggio agrario, né ha favorito le condizioni per formare e ottenere una classe politica indifferente alle pressioni immobiliari e alle reti amicali e parentali, spesso troppo prossime agli interessi economici locali. È mancato e manca un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli che è stato pretestuosamente rimosso invocando un’improbabile maturità ad autogestirsi.  Nei comuni si sono create spesso le condizioni per abusi di potere, favori, accordi sottobanco che avevano come comun denominatore la materia urbanistica e, non a caso, la trasformazione di aree agricole. Negli ultimi vent’anni la superficie agricola totale Italiana si è contratta di 5,4 milioni di ettari: un’area teoricamente pari alla somma di Liguria, Piemonte e Lombardia. Consumo di suolo, contrazione della superficie agricola, frantumazione politica in migliaia di piccoli e piccolissimi comuni non collaboranti, diminuzione delle aziende agricole e dei relativi posti di lavoro, gravi distorsioni nella fiscalità locale, devono essere letti nelle loro reciproche interdipendenze e non come fatti isolati. A ciò si aggiungano due altre questioni che in Italia hanno avuto peso rilevante nella degradazione dei paesaggi: la prima, è la bassa coscienza ambientale intrecciata con l’altrettanto bassa coscienza civile; la seconda, è la scarsa considerazione e sensibilità del ruolo dell’agricoltura quale attività strategica. L’elevata numerosità di comuni e la loro frantumazione amministrativa non sono fattori che certamente aiutano a decidere e a coordinare meglio gli interventi e le tutele. L’architettura del governo del territorio è ingessata su un modello amministrativo di stampo municipale e ancorato sulla variabile demografica, non capace di tenere in debito conto le dimensioni agricole, paesaggistiche, ambientali e territoriali, e verso le quali vengono prodotti sforzi economici pubblici irrisori. Per contrastare la frammentazione sarà certo necessario immaginare la fusione dei comuni più piccoli tra di loro, non solo per risparmiare i costi della politica quanto proprio per annullare le prossimità tra il potere decisionale e l’interesse locale e per uscire da quella inattuale e innaturale separazione imposta dai confini. Ma, più in generale, si dovranno sperimentare politiche di cooperazione e di integrazione sistematiche delle decisioni nell’uso dei suoli tra comuni confinanti, gruppi di comuni che condividono le stesse unità di paesaggio, comuni che gestiscono porzioni diverse degli stessi beni naturali (valli, fiumi, coste, montagne).

A Cassano

Non mi sto riferendo ad Antonio Cassano, la stella della nostra Nazionale di calcio che sta brillando in questo anonimo Europeo, ma al paese in provincia di Bari, Cassano delle Murge, dove sono stato martedi scorso per intervenire nell’incontro pubblico promosso dai componenti dell’Associazione “Centro Storico” che in tale occasione veniva presentata ufficialmente alla cittadinanza. Dopo i saluti e l’illustrazione da parte del Presidente della medesima degli obiettivi che questa realtà si prefigge, mi è stata affidata la parola e nel corso del mio intervento ho raccontato come è nato il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio e la sua prima campagna nazionale “Salviamo il Paesaggio”. L’importanza di sradicare dal passato quel luogo comune in base al quale alla crescita deve sempre associarsi un processo edilizio basato esclusivamente su nuove costruzioni; di debellare dalla nostra condizione di cittadini consapevoli che vogliono essere tali e non sudditi il preconcetto che non si debba chiedere conto ai nostri amministratori di quello che fanno nel nostro nome e di come vengono impiegate le risorse pubbliche. Ho provato a spiegare, spero in modo chiaro, nonostante gli articoli dei webquotidiani locali del giorno successivo non ne abbiano affatto e diffusamente parlato (come si può desumere da qui e qui), come è oggi possibile sottrarsi al ricatto degli oneri di urbanizzazione delineando una visione sostenibile, lungimirante e responsabile nei confronti di chi verrà dopo di noi, sotto tutti i punti di vista, sociale economico culturale. Di come, infatti, sia possibile, per esempio, incentivare fiscalmente la riqualificazione del costruito, tanto più nel e del centro storico di un paese dal grande potenziale turistico e paesaggistico come Cassano, demotivando, contestualmente, la nuova edificazione con il rischio concretissimo di dover poi spendere altre risorse pubbliche, oggi limitate, per dotarle dei minimi servizi imposti pure per legge. Quindi la necessità di avere non solo una fortissima etica pubblica ma anche un ancor più forte coraggio nel voler rompere il legame con quell’imprenditoria perversa che pensa soltanto a drenare risorse pubbliche ma che del bene comune se ne fotte. Detto in italiano corretto. Ho raccontato di come a Senigallia sono state imposte agli imprenditori anche misure compensative di stampo ecologico per avvicinarsi agli standard imposti dal decreto ministeriale 1444/68 che stabilisce che per ciascun cittadino debbano esserci 9 mq di verde pubblico e di come riscoprire la bellezza del proprio centro storico significhi anche e soprattutto rispolverare la propria identità che non può mai andare in crisi. Con la speranza che incontri simili, nonostante tutto, siano sempre più numerosi e che davvero sia possibile creare quella Società del Noi che non viva il Paesaggio come un nemico da abbattere, ma come un amico prezioso da tutelare grazie al quale è possibile essere cittadini migliori.

L’esplosione di Conversano

Trattasi chiaramente di una terribile fatalità e di un brutto incidente – il crollo di due palazzine (di cui una totalmente vuota) a seguito di una esplosione dovuta a una perdita di gas e a causa della quale sono morte tre persone, due giorni fa – ma questa tragedia, l’ennesima, ci suggerisce, ancora una volta, l’importanza e l’urgenza di provvedere alla ricognizione e alla riqualificazione statica del nostro patrimonio edilizio, costruito, per oltre il 60% del totale, entro gli anni ’75. Spesso progettato male e costruito peggio; oltre ad essere, talvolta, realizzato non in conformità alle varie e puntuali disposizioni vigenti. E’, pertanto, ottima l’ultima iniziativa contro l’abusivismo edilizio, promossa dall’Assessore Regionale all’Urbanistica Angela Barbanente, con cui si punta a limitare il fenomeno sostenendo i Comuni in tutta quella attività di prevenzione e repressione. Con l’intento finale di scongiurare altre inutili tragedie, a partire dalla cosiddetta “Banca dati dell’abusivismo” che sarà via via sempre più aggiornata e più utilizzata al fine di preservare il territorio e le sue bellezze da coloro i quali vogliono continuare a devastarlo impunemente e per fini privati, oggi non più umanamente ed eticamente sostenibili.

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