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Il “modello Fiat” alla base dell’art. 18

Di riforma del mercato del lavoro ne avevo già parlato sia presentando il nuovo libro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel quale gli autori illustrano la loro proposta (basata sul contratto unico di riferimento, molto più solido, dal punto di vista delle tutele per i lavoratori, rispetto al contratto di apprendistato su cui è invece basato il testo della Fornero) sia riportando, alcuni giorni fa, il punto di vista degli stessi autori e di Guido Viale, per i quali si rischia di avere più disoccupazione che nuova occupazione con la nuova riforma. Trovo, infine, interessante il pensiero di Ernesto secondo il quale “il datore di lavoro potrà addurre scuse economiche inesistenti per licenziare un lavoratore che non potrebbe licenziare per altri motivi, rischiando al massimo il pagamento di un indennizzo. Mentre il lavoratore perderebbe comunque il suo posto di lavoro, ottenendo ala massimo un indennizzo di qualche mensilità. Ma quale azienda potrebbe mai inventarsi delle scuse e dire cose non veritiere al solo fine licenziare un lavoratore? Quale datore di lavoro arriverebbe a tanto? La FIAT, ad esempio, almeno stando a quanto statuito dal Giudice del lavoro in merito al reintegro degli operai di Melfi“.

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Il Pd tra riforma del lavoro e legge elettorale

Si è svolta a Roma, dopo diversi mesi dall’ultima convocazione, la Direzione Nazionale del Pd. Che sin dalle prime battute è stata molto scoppiettante perchè il segretario Bersani nella sua relazione, nonostante le forti preoccupazioni di tutti gli apparati sociali e politici vicini al Pd per la nuova riforma del lavoro, non ha puntato l’indice contro il governo Monti, invitato piuttosto a portare il provvedimento in Parlamento affinchè sia emendato positivamente e le “lacune” siano colmate. Si è parlato, inoltre, anche di legge elettorale e, conseguentemente, del ricambio generazionale. In particolare ha parlato dell’istituto delle primarie che sarebbe da riformare, senza però indicare con quali modalità e per ottenere quali fini, dopo che nei mesi scorsi aveva assunto altri impegni, volendo tutelare le primarie per scegliere i parlamentari. Poi, dopo il segretario, come ha commentato su twitter sarcasticamente Sandro Gozi, è iniziata una puntata speciale di “Ballarò”, essendo intervenuti in successione Bindi, Letta, Franceschini, D’Alema, Veltroni per ripetere le cose che ripetono da almeno quindici anni e che sono politicamente evanescenti perchè non rappresentano affatto un valore aggiunto nella discussione. Sulla riforma del lavoro (il Pd dovrebbe spingere sulla buona proposizione avanzata da Boeri e Garibaldi), tema sul quale si gioca la credibilità l’esecutivo Monti, anche perchè rappresenterebbe la potenziale chiave di volta per aprire nuovi scenari occupazionali, c’è molta confusione e ognuno – partiti, sindacati, tecnici, studiosi – punta a portare acqua al proprio mulino. Anche perchè le elezioni amministrative si avvicinano. Sul lavoro lo sforzo e la corresponsabilità, pertanto, dovrebbe essere massima e leale da parte di tutti, perchè è nella dignità del lavoro che si trova la dignità di un Paese. E’ il lavoro che crea benessere individuale e collettivo. E’ il lavoro giusto ed equamente retribuito che preserva la coesione sociale evitando tumulti e rivolte. Nel merito, invece, tutti quelli che parlano con superficialità e ignoranza di “modello tedesco” e di cogestione del lavoro dovrebbero leggere prima la riflessione di questo operaio italiano radicatosi in Germania per lavorare in Volkswagen, azienda che versa ai propri dipendenti un salario medio di 2600 euro che gli omologhi italiani si possono solo sognare. Come finirà, purtroppo, nessuno può dirlo ancora con certezza.

La Riforma del Lavoro produrrà più disoccupazione?

E’ paradossalmente quello che rischia di avvenire se la nuova riforma del lavoro, proposta dal Ministro Fornero, diventasse attuativa a tutti gli effetti. Nata per creare nuovo lavoro e nuova occupazione, rischia di produrre più danni che benefici. Lo spiegano bene sia Guido Viale sia Tito Boeri (con Pietro Garibaldi).

La riforma del lavoro che si va delineando ha due pregi e molti difetti. Il primo pregio è nel metodo. Sancisce, almeno sulla carta, la fine del diritto di veto delle parti sociali, che è cosa diversa dalla concertazione. Il secondo pregio è nell’ampiezza della riforma. I problemi da affrontare erano quattro 1) l’entrata nel mercato del lavoro 2) la cosiddetta “flessibilità in uscita” 3) il riordino degli ammortizzatori sociali e 4) il dualismo fra lavoratori precari e lavoratori assunti coni contratti di lavoro a tempo indeterminato. La riforma indubbiamente affronta tutti questi temi. Purtroppo questa ampiezza avviene a scapito della profondità e si ha come l’impressione di un intervento voluto dal Principe di Salina, “affinché tutto cambi perché nulla cambi”, per accontentare gli investitori esteri con il tabù infranto dell’articolo 18 e l’opposizione ricercata della Cgil (segnale del fatto che “è una riforma vera”), ma volendo di fatto conservare lo status quo. Con la riforma si trasferisce un potere enorme ai giudici che, d’ora in poi, dovranno prendere le seguenti decisioni. Se il licenziamento è legittimo o illegittimo. Nel caso in cui fosse illegittimo, se è discriminatorio o non discriminatorio. Nel caso in cui non sia legittimo e non discriminatorio, se il licenziamento è economico o disciplinare. Nel caso in cui il licenziamento sia disciplinare, se si deve imporre la reintegrazione o solo il risarcimento del lavoratore. Il meccanismo di entrata principale sarà quello dell’apprendistato. È un contratto che offre poche protezioni durante il periodo formativo, perché può essere interrotto al termine del periodo di apprendistato senza alcun indennizzo.

Le riforme a costo zero e il mercato del lavoro

“Le riforme a costo zero” è il titolo dell’ultimo libro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, due autorevolissimi economisti che periodicamente scrivono su Lavoce.info quali accorgimenti o quali riforme sarebbero necessarie al nostro Paese per rilanciarsi sul panorama europeo. Sulla base di un nuovo modello di crescita e di progresso. Che tenga assieme i diritti e i doveri. Di quelli che stanno meglio come anche di quelli che oggi stanno peggio. Perchè si possono pure predisporre tutte le riforme del mondo, ma se trascuriamo l’uguaglianza, anche le migliori normative saranno incomplete e destinate all’insuccesso. Perchè non saranno capite e di conseguenza non vedranno un’effettiva e diffusa esecutività. La crisi finanziaria da un lato e la crisi politica dall’altra hanno contribuito, quindi, a rilanciare il tema delle riforme, per ammodernare il nostro apparato burocratico e amministrativo, ma anche per sanare quelle ferite che in questi anni hanno pesantemente indolenzito la fiducia degli italiani più fragili, come i giovani e gli anziani, verso il Sistema Paese.

Tutte le innovazioni proposte puntano, prioritariamente, a favorire i giovani e ad incentivare il loro ingresso stabile nel mondo del lavoro. Con il rifiuto, perciò, di quella flessibilità esagerata che ha la veste della precarietà. Su questa dicotomia, del resto, si gioca la partita con il contratto unico di inserimento da un lato e il contratto di apprendistato dall’altro.

Il contratto unico di inserimento è a tempo indeterminato, prevede tutele crescenti, è applicabile a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro età o qualifica. Oggi si entra nel mercato a diverse età ed è pertanto necessario disporre di uno strumento flessibile e universale, applicabile a milioni di lavoratori senza oneri aggiuntivi per le casse dello Stato. Nel Cui ci sono due fasi: la fase di inserimento e la fase di stabilità. Nella fase di inserimento, l’impresa ha la possibilità di interrompere il contratto di lavoro per ragioni economiche in cambio di un indennizzo economico che aumenta all’aumentare della durata del rapporto di lavoro. La fase di inserimento dovrebbe durare 3 anni e richiede alle imprese un indennizzo che aumenta di 5 giorni lavorativi ogni mese e arriva fino a sei mesi di salario al terzo anno.

Il contratto di apprendistato è a tempo indeterminato. Ma è possibile licenziare il giovane lavoratore dopo il periodo di formazione, durante il quale può ricevere salari più bassi di quelli contrattuali per le qualifiche corrispondenti. Il contratto di apprendistato riguarda soltanto i lavoratori che hanno meno di 29 anni. Se un’impresa volesse assumere un lavoratore di 30 anni o una donna di 35 che rientra nel mercato del lavoro non potrebbe utilizzare l’apprendistato. Il contratto di apprendistato, infine, viene in gran parte definito dalla contrattazione collettiva e prevede sgravi contributivi (sui contributi previdenziali e assistenziali) fino al 100 per cento e, quindi, non è a costo zero per le casse dello Stato.

Gli stranieri sono una risorsa

Cosi Tito Boeri, su La Repubblica, a proposito della legge che si dovrebbe fare, ma che ancora non si fa, sulla cittadinanza per gli immigrati che risiedono da anni nel nostro Paese, per lavorare legalmente e dignitosamente, e per quelli che vi nascono.

Il nostro Paese sta già chiedendo un contributo fiscale molto rilevante agli immigrati. La pressione fiscale ha da noi raggiunto quasi il 50%, portando via metà del reddito generato da tutti coloro che operano in Italia, immigrati compresi. Potrebbero decidere di andare a lavorare altrove, privando di assistenza molti anziani non più autosufficienti e impedendo cosi ai loro familiari di lavorare. Dovremmo, a fronte di tutto questo, impegnarci a favorire la progressione sociale e professionale degli immigrati che vogliono lavorare legalmente da noi. Non è solo una questione di equità. Ci servirà per tornare a crescere, utilizzando meglio il capitale umano che è già da noi e incentivando l’arrivo di immigrazione più qualificata.

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