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E-government e open data: l’Italia è in ritardo

La notizia, non molto pubblicizzata a dire il vero, per quanto possa amareggiare, onestamente non sorprende molto, in ragione della scarsa considerazione e della cronica indifferenza, almeno fino ad oggi, da parte della politica italiana rispetto ai temi in oggetto dalla cui valorizzazione potrebbero, invece, nascere occasioni preziose per rilanciare l’economia sulla base di nuovi paradigmi sociali e culturali.

La principale lacuna italiana è sulla trasparenza del Governo su internet. Secondo un recente studio di Diritto di Sapere, “The Silent State”, il 65% delle Pa non ha risposto a 300 richieste di informazioni fatte da 33 persone, su una decina di temi, tra cui la spesa pubblica, i servizi sociali, l’ambiente, la salute. L’Italia resta il solo Paese europeo a non avere il Foia. Adesso il piano per l’eGov italiano è in capo all’Agenzia per l’Italia Digitale, che sta provando ad accelerare la roadmap.

Nuovo Presidente di questa Agenzia è Francesco Caio, al quale toccherà un lavoro mica semplice. Il problema principale, come si sa, risiede nell’incapacità, forse dettata anche da arretratezza culturale, della Pa di efficientarsi attraverso la sua digitalizzazione. Operazione complicata, ma necessaria per dare una dimensione moderna ed europea al nostro Paese, garantendo ai cittadini servizi migliori e non solo una burocrazia più snella e rigorosa. Sono poco utilizzati i siti web delle Pa. E’ questa una premessa necessaria se si vuole, parallelamente e complementariamente, parlare di open data.

Le Pa hanno aperto solo dati poco utili e rilevanti: niente sulla sanità e criminalità, per esempio. Sono pochi anche gli enti che li pubblicano: solo alcune decine. Significa che per la stragrande maggioranza delle Pa, gli open data sono fantascienza. Risultato: «Secondo dati Formez, solo l’1% degli open data viene riutilizzato. Bisogna guardare all’estero per capire quello che ci perdiamo. «Nel Regno Unito hanno dati open da due anni sulla qualità delle cure ospedaliere. Il risultato è stato che è diminuita la mortalità del 25 per cento. Il motivo è che tutti ora sanno quali sono gli ospedali più efficienti. Il Regno Unito ha scoperto che la trasparenza ha migliorato la Sanità laddove nessuna riforma era prima riuscita.

Da Bologna, inoltre, un’innovativa sperimentazione per provare a risolvere, per gli enti locali, i problemi di comunicazione con i cittadini.

Qui, infine, l’e-voting sperimentato a Melpignano.

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Melpignano sfida l’universo grillino: ecco l’e-voting

evoting

Una gran bella innovazione arriva in Puglia, a Melpignano – il Comune della Taranta – dal Messico. Parlo dell’evoting, ossia il voto elettronico che sarà sperimentato il prossimo 5 maggio dai cittadini che vorranno esprimersi su un quesito referendario.

Attraverso l’urna elettronica, che arriva dal Messico, paese leader nel settore, dotata di sistema touch screen, l’elettore esprimerà il suo voto elettronico; l’urna stamperà una ricevuta cartacea del voto, nella quale compare solo il nome del votato, che non viene rilasciata al cittadino, ma custodita da un contenitore sigillato interno all’urna stessa; accessibile solo al presidente di seggio a seguito di eventuali contestazioni. Il sistema è dotato anche di segnaletica in braille e di supporto audio per consentire il voto ai non vedenti.

Hanno già scritto di questa sperimentazione innovativa sia Marco sia Pino.

L’Acquedotto Pugliese sta affogando

Tirato giù, pesantemente, da chi lo ha gestito disastrosamente negli ultimi quindici anni, con la contiguità di un potere politico trasversalmente marcio e amorale. Eppure stiamo parlando del secondo acquedotto più grande d’Europa. Di un’architettura che serve oltre un milione e mezzo di persone, suddivise tra Puglia, Basilicata e Bassa Campania. L’Acquedotto ha una storia secolare. Se nelle ferrovie si può riconoscere uno dei simboli della storia ultracentenaria del nostro Paese, nell’Acquedotto non si può non riconoscere uno dei principali simboli della storia ultracentenaria del nostro Meridione. L’ attuale Amministratore Unico, Ivo Monteforte, ad oggi e fino a prova contraria, è stato rimosso dalla Regione, spinta dalla Corte dei Conti – intervenuta, a sua volta, dopo alcune interrogazioni consiliari presentate principalmente da Antonio Decaro, Capogruppo alla Regione del Pd – a seguito di un’operazione alquanto discutibile: ossia il dirigente si sarebbe fatto assumere da una controllata dell’Aqp. Scelta apparentemente incomprensibile e, forse, dettata non soltanto da aspetti esclusivamente economici, visto già il più che lusinghiero emolumento ricevuto. La Regione o meglio il suo Presidente, dunque, provvedendo alla rimozione istantanea di un suo alto dirigente sleale, ambisce a testimoniare la sua credibilità apparendo trasparente nella gestione dei beni pubblici. Questi i fatti. Tutto è bene quel che finisce bene? Non direi. Ci sono, infatti, alcune domande che andrebbero poste a chi di dovere, esigendo risposte accurate e rigorose. Ma credo che resterà un’utopia.

La Corte dei Conti, da tempo, sottopone i propri rilievi alla Regione, sulla gestione non proprio virtuosissima dell’Aqp. Come mai solo ora esplode la “bomba”? Perché si parla principalmente della condotta dell’Amministratore Unico quando il Direttore Generale, Massimiliano Bianco, ha ottenuto, senza concorso pubblico, che il suo contratto fosse trasformato da determinato ad indeterminato, con un aumento di remunerazione, pur mantenendo le stesse funzioni? Con il rischio più che concreto, quindi, che una sua futura rimozione, per dinamiche politiche, comporti una penale, pagata di fatto dai cittadini? Come mai lo stesso Monteforte, giunto a Bari come un supertecnico, e voluto a tutti i costi da Vendola che doveva avvicendare la sua precedente scelta (Riccardo Petrella), ora proprio da Nichi è scaricato, nel peggiore dei modi, come un amante infedele?

Potrei continuare con le domande, ma già queste prime mi inducono a pensare che, ancora una volta, e nella peggiore tradizione della tanto vituperata malapolitica da cui si sta cercando vanamente di sottrarsi, un’Istituzione cosi importante sia al centro di una speculazione bancaria-politica impressionante. Essendo un popolo disabituato ad esercitare la virtù della memoria, infatti, non ricordiamo che sull’Acquedotto Pugliese – quando era di moda il tema della privatizzazione, avviata dall’allora Governatore Fitto – era pronto ad allungare le mani Caltagirone, con la benedizione di D’Alema. E non ricordiamo tutti, forse, che se non si fosse mosso con tenacia e costante determinazione l’intero Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica – ispiratore e sostenitore del referendum – Vendola non avrebbe varato il provvedimento per la ripubblicizzazione del “bene acqua”. Salvo poi issarsi sul piedistallo della buona politica, una volta adottato il provvedimento e propagandato enfaticamente per ragioni elettorali. Per non parlare poi di quante strategiche infrastrutture come gli impianti di depurazione o di invasi non sono ancora stati completati, dopo decenni, in tutta la Regione, per ragioni non esclusivamente burocratiche. Eppure di cose buone, in questi anni, ce ne sono state, oggettivamente. Ma con la sensazione, amarissima, che tali risultati sono stati possibili più per il merito di taluni che per una visione organica, articolata e unitaria. Proiettata al futuro e orientata all’innovazione. Ed è difficilissimo, oggi, nonostante credo lo vorremmo in molti, smontare quel pernicioso luogo comune per cui l’Acquedotto Pugliese da più da mangiare che da bere.

Più trasparenza nelle pubbliche amministrazioni?

Ne avevo già scritto tempo fa, del F.O.I.A. – il “Freedom of Information Act”  – italiano, ossia di quella legge che garantisce a tutti i cittadini l’accesso agli atti e ai documenti prodotti dalla pubblica amministrazione. Apprendo da Lavoce.info che proprio in questi giorni si avvia una campagna per introdurre pure in Italia questo provvedimento che tutela moltissimo il cittadino che vuole rendersi più consapevole rispetto alle prassi della pubblica amministrazione, perché è una legge imperniata sul principio della trasparenza. I dettagli sono disponibili qui.

Passerebbe il principio che le informazioni detenute dalla pubblica amministrazione appartengono ai cittadini: dunque, come se si invertisse l’onere della prova, non sarebbe più il cittadino a dover giustificare la richiesta di informazioni, quanto piuttosto la pubblica amministrazione a dover giustificare la segretezza, ed elencare in quali casi specifici i documenti non sono pubblici. Da questo cambio di prospettiva e da una pubblica amministrazione più trasparente possono derivare numerosi benefici: i cittadini sono più informati sull’operato dei loro rappresentanti e quindi probabilmente capaci di sceglierli in maniera più oculata; si instaura un rapporto di maggiore fiducia fra cittadini e pubblica amministrazione; si creano buoni incentivi per chi gestisce la cosa pubblica, affinché operi nell’interesse collettivo, aumentando dunque l’efficienza del sistema e riducendo il grado di corruzione. Esistono comunque controindicazioni alla trasparenza, che vale la pena ricordare. Sicuramente non tutti gli atti della pubblica amministrazione possono essere resi pubblici. Ci sono ragioni di sicurezza nazionale, ad esempio, per le quali è nell’interesse stesso dei cittadini che alcune informazioni non vengano rese pubbliche. È una controindicazione ovvia e difatti tutti i paesi che hanno adottato il Foia hanno incluso la sicurezza nazionale tra i motivi per negare l’accesso a documenti. Sarebbe utile peraltro se il Foia trovasse applicazione anche presso enti e associazioni senza fini di lucro, come i partiti politici, i sindacati e le chiese.

 

Agcom, che vergogna

Negli ultimi due giorni la classe politica italiana, non è una novità ma disgusta profondamente constatare ogni volta la sua sempre più grave regressione, ha dato il peggio di sé. Se da un lato ci sono le storie della rinnovata “fiducia” tra Pdl e Lega a favore di Formigoni alla Regione Lombardia e il salvataggio in Parlamento dagli arresti domiciliari per l’ex dipietristra De Gregorio; dall’altro ci sono le nomine dei partiti politici dei componenti delle Authority della Comunicazione e della Privacy. Ha ragione Gramellini, infatti, quando dice che “lavorano tutti per Grillo, ormai. Per Grillo o per qualcosa di molto peggio, perché dopo giornate come quella di ieri risulta ancora più difficile (anche se indispensabile) separare la politica da «questa» politica e la democrazia da «questi» partiti”. Queste due Autorità dovrebbero essere indipendenti e trasparenti, per la loro funzione pubblica. Dovrebbero, perciò, essere selezionati componenti competenti e politicamente inattaccabili. Nulla di tutto questo è avvenuto, come si può desumere da qusta lettura. Per l’ennesima volta. E nonostante i vari proclami delle scorse settimane. In particolare le parole del sen. Ignazio Marino del Pd dovrebbero far riflettere profondamente su cosa siano diventate oggi le nostre Istituzioni e su come vengano spartite le postazioni di comando, in un eterno ed infinito scambio di favori.

Due dei quattro membri dell’authority che dovrà garantire la correttezza dell’informazione radiotelevisiva sono stati scelti da Silvio Berlusconi mentre il Pd ha rinunciato a scegliere due membri per consentire a Pierferdinando Casini di nominarne uno. E quindi il Pd non sarà determinante nello scrivere le regole per l’assegnazione dei nuovi sei canali digitali che l’authority dovrà indicare entro l’estate. Frequenze di grande interesse economico per le aziende di Berlusconi il quale, se avrà il sostegno del membro dell’authority scelto dall’Udc, potrà acquisirle. Vedremo come andrà a finire.

A conferma, inoltre, della più totale inadeguatezza della nostra classe dirigente politica e a condivisione delle parole del sen. Marino, arrivano pure le parole di Milena Gabanelli, la quale oggi scrive che “la legge richiede indipendenza e riconosciuta competenza nel settore, poiché senza indipendenza la competenza può essere utilizzata per favorire una parte contro l’altra, e senza competenza l’indipendenza è inutile e fonte di decisioni casuali”.

In sostanza il commissario Posteraro (dell’Udc), con competenze limitate o assenti, deciderà sul futuro delle comunicazioni italiane. E questo dipenderà da dove si posizionerà Casini. Poteva andare diversamente se il Pd, dopo aver sbraitato per mesi su competenza e curricula, avesse indicato e preteso due tecnici autorevoli, indipendenti e competenti. Avremmo ora la garanzia di affrontare nel merito ogni singola questione, e con un importante ruolo “super partes” del Presidente in caso di parità tra i membri di nomina parlamentare. Purtroppo non sarà così e ce ne accorgeremo molto presto.

Più trasparenza nelle PA con il Foia

“La trasparenza e la conoscibilità degli atti pubblici sono un’utopia in Italia, mentre in altri Paesi sono la norma. Come negli Usa, dove esiste il Freedom Of Information Act” – il Foia. Per questo è nato, anche da noi, un team – costituito da giornalisti e da studiosi – per ottenere il “Foia italiano” nell’ interesse tanto dei cittadini quanto dei giornalisti che potrebbero cosi meglio operare.

La prima mossa della coalizione è stata la pubblicazione del documento. “Dieci buoni motivi per volere una legge sulla trasparenza della Pubblica amministrazione” su un sito web (www.foia.it) che prende il nome dal Freedom of Information Act, la legge americana che consente a chiunque di domandare copia degli atti della pubblica amministrazione. Una campagna che potrebbe e dovrebbe intrecciarsi con un altro movimento, distinto e parallelo, che spinge le amministrazioni pubbliche a rendere “aperti” i dati che raccolgono. Il movimento “open data“, chiede che i dati in loro possesso siano resi pubblici in formato riutilizzabile (siano cioè scaricabili ed eventualmente “ricalcolabili”).

Sulle nomine Agcom il Governo barcolla?

Guido Scorza cosi scrive: “E’ una brutta storia italiana quella che si sta consumando attorno alle nomine dei membri e del Presidente dell’Autorità per la Garanzie nelle comunicazioni.  Una storia nella quale, ancora una volta protagonista indiscusso è il segreto attraverso il quale politici e governanti innalzano spesse ed impenetrabili mura di gomma per proteggersi dallo sguardo dei cittadini. Sono settimane che centinaia di migliaia di cittadini, consumatori ed imprese, riuniti nella Open Media Coalition“, chiedono l’adozione di “procedure trasparenti nelle nomine”, con la pubblicazione dei curricula dei candidati affinché siano scelti effettivamente i migliori, nell’interesse del Paese. Non avendo ottenuto dall’esecutivo risposte mirabili e credibili, il tanto ostracizzato “popolo del web” si è attivato con una sottoscrizione con l’intento di sostenere la candidatura nata dal basso di Stefano Quintarelli. Come sostiene Layla,Stefano Quintarelli è uno dei pionieri della Rete in Italia, la sua prima start-up risale ormai a circa 20 anni fa. E’ stato consulente di molti partiti politici, a destra e a sinistra per le problematiche legate all’assetto della rete e delle telecomunicazioni, per le problematiche del copyright su internet, è stato fra i promotori del manifesto per l’istituzione dell’agenda digitale in Italia. Le sue competenze “tecniche” sono indiscusse come anche le sue battaglie per la trasparenza e la neutralità nel settore delle telecomunicazioni sono rinomate e di lungo corso. Insomma Quintarelli sarebbe il candidato ideale per rappresentare equamente tutte le forze politiche, economiche e sociali, in un ruolo a dir poco strategico per il futuro del sistema Paese”.

Perché i cittadini votano il M5S di Grillo

L’otto settembre del 2007, il giorno del primo Vday di Grillo – mediante il quale si chiedeva che nessun cittadino italiano poteva candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale; che nessun cittadino italiano poteva essere eletto in Parlamento per più di due legislature; che i candidati al Parlamento dovevano essere votati dai cittadini con la preferenza diretta – io c’ero. A Bari. In Piazza del Ferrarese. Con amici straordinari – Anna, Mariella, Mario, Ennio, Michele, i due Antonio, Vito, Salvatore, Annalisa, Paola Valeria, Angela, Nicola – e tantissimi altri cittadini (come si può vedere dal primo video). Senza i quali niente sarebbe stato possibile. Raccogliemmo – eravamo i responsabili del Meetup “I Grilli di Bari” – oltre 2200 firme, in una sola giornata. In una città che non aveva mai avuto una simile reazione alle nefandezze della politica, tradizionalmente intesa. Era il 2007. In Italia si raccolsero, in quella sola giornata, oltre 350 mila firme. Non erano semplici autografi. I cittadini dissero con forza e dignità che quella politica italiana, che poi è la stessa di oggi per i protagonisti che la popolano, faceva schifo. E che a loro non stava più bene. Delusi profondamente da chi aveva abusato del proprio potere per soddisfare i desiderata privati propri e delle contigue oligarchie invece che dei cittadini, in nome del quale si dice di amministrare la cosa pubblica. Cittadini, non sudditi, che non volevano rassegnarsi abbassando il capo davanti a quella crisi morale e culturale, prima che politica, che già si stava evidenziando, e che poi è esplosa. Fu messo in discussione l’istituto della delega. L’idea stessa della rappresentanza. Le Istituzioni questa richiesta di Politica, di politica “alta e altra”, non solo non l’hanno compresa – per ignoranza o malafede poco importa oggi – ma l’hanno discriminata e criminalizzata perché era simboleggiata da un personaggio criticabile e discutibile. Hanno visto lo specchio, ma non l’immagine riflessa.

Dopo il secondo Vday – quello contro “la casta dei giornalisti” celebrato il 25 aprile 2008 pure a Bari, in Via Sparano, in pieno centro – lasciai definitivamente il Meetup di Bari – ossia il gruppo di cittadinanza attiva nato spontaneamente sul territorio – perché le critiche che avevo immediatamente sollevato all’interno del movimento nazionale subito dopo il primo vday – tra i primissimi in Italia – sulla decisione di trasformare, senza alcun confronto con la “base” e in modo non del tutto trasparente, onesto e sincero, quei meetup in liste civiche, furono rispedite al mittente con violenza e aggressività. Facendo intuire – cosa di cui ebbi piena contezza alcuni mesi dopo – che tale progetto, quello di creare il Movimento 5 Stelle, era già stato ideato a tavolino nelle stanze della Casaleggio Associati, la società che gestisce il Blog di Grillo e che, risaputamente, non è costituita da “benefattori e da costruttori di pace”.

Tanto le 350 mila firme del primo vday quanto il milione e mezzo di sottoscrizioni del secondo vday, giacciono in qualche “scantinato del Potere”. I partiti e le istituzioni stanno testimoniando da tempo con inaudita protervia che non si vogliono autoriformare? I cittadini, attraverso Internet e gli strumenti ad esso connessi, si stanno organizzando, si stanno ridestando dal torpore decennale in cui erano sprofondati, perché costretti a farlo, per cambiare le cose. Si chiama dignità. Si chiama senso dello Stato. Si chiama etica pubblica ed etica della responsabilità. Tutte parole nobilissime che in questi anni sono state violentate e squalificate ontologicamente perché masticate da chi ha fatto della politica una professione. Da chi ha ritenuto le Istituzioni una proprietà privata. Si è continuato a parlare in questi anni, poco e male, di Grillo e delle sue uscite inopportune e spesso indecenti. Si sono censurati, totalmente e volutamente, i contenuti e le politiche che dal territorio sono entrate nelle “locali stanze del potere” con i primi amministratori pubblici “made in grillo”. Temi di buonsenso, spesso, che hanno ottenuto ancor maggior consenso perché tutto intorno è stata fatta, ovunque, terra bruciata. E più in Tv si ascoltavano da una Finocchiaro o da un Gasparri ipocrisie sempre più insostenibili, più dai cittadini veniva accettato anche il linguaggio duro e becero che giungeva dall’ex comico o da qualche suo sostenitore. Non si è analizzata e studiata la psicologia civica. Non si è compreso che si stava consolidando un Diritto alla Buona Politica. Se oggi il Movimento 5 Stelle è seriamente candidato a diventare il Terzo Polo del Paese, cari Bersani e Vendola (ma anche Di Pietro e Berlusconi), la colpa è anche e soprattutto la vostra. Il linguaggio e i modi saranno certamente a tratti inquietanti e socialmente pericolosi, come rileva Tommaso, ma se tutti gli inviti alla discussione, al confronto, alla comprensione politica – come ne sono venuti da Pippo ma non solo da lui, da e per tempo – non sono mai stati recepiti, in nome di una presunta superiorità culturale e morale, di cosa vi arrabbiate oggi? La vostra mancanza di umanità, di umiltà, di responsabilità e di una visione del Paese, in cui i più giovani vogliono continuare a credere con speranza ed entusiasmo, mossi dal proprio talento, nonostante tutto e tutti – perché pretendono di averne dignitosamente uno, di futuro – vi spazzerà via. Non Grillo con la sua dialettica da barbaro e i suoi modi da imperatore. Voi, sarete voi ad autoeliminarvi, alla fine. Ma i cittadini non vi permetteranno di distruggere, contestualmente, anche il Paese.

Buone novità sugli appalti pubblici

Sono essenzialmente due le novità. Qui la prima.

La commissione di gara per l’aggiudicazione di appalti con la Pubblica Amministrazione, in base all’offerta economicamente più vantaggiosa, deve valutare prima gli aspetti tecnici dell’offerta, poi quelli economici. L’esame delle offerte economiche prima di quelle tecniche costituisce una grave e chiara violazione dei principi inderogabili di trasparenza e di imparzialità che devono essere alla base delle gare pubbliche. La sentenza del Consiglio di Stato è la 1862 del 28 marzo 2012. Il principio si applica anche agli appalti pubblici di servizi.

Qui la seconda.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 74 del 28 marzo scorso, il decreto 7 marzo 2012 del Ministero dell’ambiente che fissa i criteri minimi per gli appalti verdi nella PA, e che le stazioni appaltanti devono utilizzare nell’affidamento di servizi di illuminazione e forza motrice (illuminazione, illuminazione pubblica e segnaletica luminosa) e servizi di riscaldamento/raffrescamento (comprensivi dell’eventuale trattamento dell’aria e della fornitura di acqua calda sanitaria, riscaldamento e raffrescamento degli edifici). Si ricorda che il documento è parte integrante del Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione, di seguito PAN Green Public Procurement.

Di appalti pubblici e del rischio corruzione ne ho sempre parlato più che diffusamente in questo piccolo blog, ma molto è sintetizzato in questo post.

Lega ed Idv: le due facce dell’antipolitica italiana

Lo scandalo, l’ennesimo in questo Paese in cui la geografia politica sempre più sembra venga delineata dalle inchieste della magistratura, che ha coinvolto la Lega Nord di Umberto Bossi, impone alcune riflessioni. Non solo sul volutamente irrisolto problema del finanziamento (che chiamano rimborso elettorale) ai partiti o su cosa sono diventati oggi i partiti, ma anche sul livello culturale raggiunto dalla politica. Dalla cronaca emergono già alcuni aspetti desolanti o inquientanti – leggasi ricatto da parte dei principali indagati nei confronti dell’Umberto o inganni vari orditi negli anni sempre per logiche di potere – e non intendo ripetere cose dette altrove. La prima cosa da dire, quindi, sul tema dei finanziamenti pubblici è molto semplice e nient’affatto innovativa. I soldi, da sempre, regolano le relazioni ed interazioni politiche. Le inquinano. Le alterano. Giuda, del resto, non ha venduto per 30 denari Gesù, definito da Gorbaciov, il “più grande socialista di sempre”? E Tangentopoli non esplose sempre per “fatti” di soldi? E il Referendum proprio per l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, per l’altissima partecipazione popolare, non espresse chiaramente l’idea degli italiani per una amministrazione della “cosa pubblica” più sobria e dignitosa? Dopo vent’anni o dopo due mila anni nulla o quasi pare sia cambiato in meglio. Hanno, allora, ragione quelli che dicono che la politica è il secondo mestiere più antico del mondo e che mai come oggi può fare “concorrenza sleale” al primo? Hanno ragione quelli che oggi preferiscono astenersi dal votare o dall’interessarsi di politica perché tanto sono “tutti uguali e tutti sono ladri”? Pur molto sconcertato ed indignato, non penso che far vincere la rassegnazione e l’indifferenza sia cosa buona, sia atteggiamento a lungo sostenibile. I problemi si risolvono pensando ad alternative forti e credibili. E’ il principio fisico che ad ogni azione corrisponde una reazione. In politica, a mio avviso, almeno fino ad oggi, molto spesso, la principale reazione che si palesa quando avvengono queste porcherie è, oltre allo sgomento, la rabbia. L’esa-sperazione, per dirla alla Hessel, come rifiuto della speranza: della speranza che qualcosa possa cambiare. Ma la speranza deve essere alimentata. Il cambiamento deve essere costruito. E’ una sfida difficilissima e avvincente, ma se rinunciamo ad osare e a rischiare, per il nostro avvenire, abbiamo già perso. E, con la nostra omertà e reticenza, diventiamo complici della devastazione sociale e morale del Paese. Consegnando alle future generazioni un Paese certamente peggiore di quello che stiamo vivendo o che abbiamo ricevuto in dote dai nostri genitori. La truffa dei rimborsi elettorali è, pertanto, prima di tutto, verbale. Il rimborso è la restituzione di quel che è stato speso. Oggi, invece, con questa dicitura ci si riferisce ai finanziamenti che erano stati tolti col Referendum, bellamente ignorato dalla politica della Prima e della Seconda Repubblica. Per mezzo dei quali ha potuto reiterare se stessa. I propri imbrogli. Con la colpevole accondiscendenza degli italiani che non hanno quasi mai esercitato il controllo di legalità e preteso che la trasparenza fosse un dovere morale e politico. Rodotà, lo scrive oggi, invita tutti ad avere un altro atteggiamento, più serio e corresponsabile.

E’ urgente una risposta immediata, anche nella forma di una disciplina transitoria, che blocchi definitivamente assurdità come il denaro a partiti inesistenti, ridimensioni radicalmente l’ammontare del finanziamento, imponga severissime regole di gestione e sanzioni penali adeguate. Un ceto politico con un minimo rispetto per se stesso, che aspiri ad una sopravvivenza rispettabile, o fa subito questo o è destinato ad essere giustamente sommerso dal discredito. E tuttavia anche questa mossa non basterebbe in assenza della nuova normativa sulla corruzione, oggi impantanata e per la quale il Governo non ha impiegato un grammo di quella energia spesa nella battaglia ideologica sull’articolo 18, pur sapendo che la corruzione è un vero freno agli investimenti e allo sviluppo.

In questo scenario assai preoccupante è normale che i partiti abbiano la fiducia soltanto del 4% degli italiani (ma continuando cosi tra poco si arriva a zero), come rivelano moltissime statistiche. I partiti non sono più luoghi di formazione – come avveniva nella Prima Repubblica – dove si alimentava la passione politica con lo studio e la comprensione dei fenomeni che attengono alla società contemporanea. Oggi i partiti, in teoria soggetti pubblici, sono gestiti come delle proprietà private. Oggi i partiti, di destra e di sinistra, a livello nazionale come pure a livello locale, sono comitati d’affari permanenti dove si perpetra arrogantemente la propaganda e il potere di pochi. Dei pacchettari di voti, di coloro i quali vivono nell’adulazione di se stessi e con il clientelismo elettorale espandono, con soddisfazione, il proprio modello di vita. Con la complicità, ancora una volta, degli italiani “brava gente” che pensano soltanto al proprio misero orticello salvo poi indignarsi quando viene toccata nella dignità del proprio portafoglio. I partiti, oggi, devono essere rivoluzionati culturalmente, prima di tutto. Devono diventare “centri di ascolto e di mediazione” se ambiscono a diventare nuovamente soggetti pubblici credibili ed autorevoli.

Per il linguaggio popolare utilizzato, che sottende ad un’ignoranza imbarazzante, ma anche per la propria “ragione sociale”, la Lega e l’Italia dei Valori sono movimenti molto simili. Sono due partiti di proprietà dove c’è uno che comanda e tutti gli altri ubbidiscono come schiavi, a cominciare dai parlamentari, anche perchè in caso contrario alla tornata elettorale successiva vanno a casa. Poi i soldi pubblici, ossia soldi nostri, in entrambi i casi sono stati investiti per scopi privati e non dichiarati ampiamente (lo ha evidenziato, alcune settimane fa, Gianluigi Nuzzi nella sua trasmissione televisiva “Gli Intoccabili”). L’Idv è tra i partiti più ricchi. Ha il bilancio in forte attivo. Ma soprattutto sono due partiti che alimentano il proprio consenso facendo della demagogia strisciante e subdola. Di Pietro, neanche fosse la reincarnazione di Mario Segni, lancia ormai referendum a giorni alterni. Perché ha a cuore gli italiani? Ci credo poco; più verosimilmente, ancora una volta, l’interesse è per i contributi pubblici che vengono erogati, generosamente, all’ente che propone un Referendum quando questo, una volta celebrato, raggiunge il quorum. E quale argomento, attualmente, meglio di quello dei finanziamenti pubblici può indurre gli italiani, logorati anche dalla crisi per cui sono stati chiesti ingenti sacrifici, ad andare a votare? Speculare sul dolore della gente è politica? Coinvolgere le persone, fomentandone la rabbia con linguaggi deplorevoli, parlando alla pancia e non alla testa o al cuore, è politica? Di Pietro questo fa. E questa non è politica. E’ antipolitica becera e squallida.

Di questa Lega e di questa Idv, l’Italia e la Prossima Italia non ne hanno bisogno.

P.s.: Bossi, intanto, si è dimesso.

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