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Agcom, che vergogna

Negli ultimi due giorni la classe politica italiana, non è una novità ma disgusta profondamente constatare ogni volta la sua sempre più grave regressione, ha dato il peggio di sé. Se da un lato ci sono le storie della rinnovata “fiducia” tra Pdl e Lega a favore di Formigoni alla Regione Lombardia e il salvataggio in Parlamento dagli arresti domiciliari per l’ex dipietristra De Gregorio; dall’altro ci sono le nomine dei partiti politici dei componenti delle Authority della Comunicazione e della Privacy. Ha ragione Gramellini, infatti, quando dice che “lavorano tutti per Grillo, ormai. Per Grillo o per qualcosa di molto peggio, perché dopo giornate come quella di ieri risulta ancora più difficile (anche se indispensabile) separare la politica da «questa» politica e la democrazia da «questi» partiti”. Queste due Autorità dovrebbero essere indipendenti e trasparenti, per la loro funzione pubblica. Dovrebbero, perciò, essere selezionati componenti competenti e politicamente inattaccabili. Nulla di tutto questo è avvenuto, come si può desumere da qusta lettura. Per l’ennesima volta. E nonostante i vari proclami delle scorse settimane. In particolare le parole del sen. Ignazio Marino del Pd dovrebbero far riflettere profondamente su cosa siano diventate oggi le nostre Istituzioni e su come vengano spartite le postazioni di comando, in un eterno ed infinito scambio di favori.

Due dei quattro membri dell’authority che dovrà garantire la correttezza dell’informazione radiotelevisiva sono stati scelti da Silvio Berlusconi mentre il Pd ha rinunciato a scegliere due membri per consentire a Pierferdinando Casini di nominarne uno. E quindi il Pd non sarà determinante nello scrivere le regole per l’assegnazione dei nuovi sei canali digitali che l’authority dovrà indicare entro l’estate. Frequenze di grande interesse economico per le aziende di Berlusconi il quale, se avrà il sostegno del membro dell’authority scelto dall’Udc, potrà acquisirle. Vedremo come andrà a finire.

A conferma, inoltre, della più totale inadeguatezza della nostra classe dirigente politica e a condivisione delle parole del sen. Marino, arrivano pure le parole di Milena Gabanelli, la quale oggi scrive che “la legge richiede indipendenza e riconosciuta competenza nel settore, poiché senza indipendenza la competenza può essere utilizzata per favorire una parte contro l’altra, e senza competenza l’indipendenza è inutile e fonte di decisioni casuali”.

In sostanza il commissario Posteraro (dell’Udc), con competenze limitate o assenti, deciderà sul futuro delle comunicazioni italiane. E questo dipenderà da dove si posizionerà Casini. Poteva andare diversamente se il Pd, dopo aver sbraitato per mesi su competenza e curricula, avesse indicato e preteso due tecnici autorevoli, indipendenti e competenti. Avremmo ora la garanzia di affrontare nel merito ogni singola questione, e con un importante ruolo “super partes” del Presidente in caso di parità tra i membri di nomina parlamentare. Purtroppo non sarà così e ce ne accorgeremo molto presto.

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La nuova legge elettorale

Lo scrissi ieri. Le primarie di Palermo rischiano seriamente di essere ricordate non per la vittoria sorprendente di Ferrandelli, ma per ciò che potrebbero rappresentare. L’esordio assoluto del Partito Unico di governo. Da Palermo a Roma. E’ questo, infatti, lo scenario che rischia di manifestarsi con la nuova legge elettorale, su cui stanno lavorando i tre principali partiti che sostengono l’esecutivo Monti: il Pdl, l’Udc e il Pd. Bisognerebbe fermare subito questo tentativo di stupro politico riconsegnando davvero dignità alla Politica e al nostro Paese con una legge elettorale che parta dagli esiti del referendum – di cui nessuno parla più – ossia dalla possibilità per gli elettori di scegliersi davvero e non a finta i propri rappresentanti e che questi siano, appunto, rappresentativi. Perchè oggi la crisi della politica è anche una crisi di rappresentanza. E, quindi, bisognerebbe prevedere anche l’istituto delle primarie per i parlamentari. Per il nuovo Parlamento. Per un Parlamento costituente che faccia quello di cui il Paese ha bisogno. Senza perdere ulteriore tempo. In caso contrario, poi, nessuno si stupisca che oggi i partiti hanno una fiducia soltanto del 4%.

Pdl, Pd e Terzo Polo stanno trovando l’accordo per un sistema di tipo tedesco, con sbarramento al cinque per cento, introducendo dei correttivi mutuati dalla legge in vigore in Spagna e inserendo un bonus in termini di seggi per i partiti che superano l’11%. Obiettivo dichiarato e comune è quello di limitare la frammentazione parlamentare. Un ritorno al proporzionale, dunque, che cancella il premio di maggioranza ma riconosce un bonus di seggi ai partiti che incassano più dell’11% a scapito di quelli che superano il 5%: in base al numero di voti conquistati, infatti, alle forze minori vengono assegnati meno seggi, redistribuiti ai partiti maggiori.

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