Archivi delle etichette: Unione europea

“Il Mezzogiorno deve credere di più in se stesso”

Su invito dell’ex Presidente della Fiera del Levante Gianfranco Viesti, è intervenuto a Bari, alcuni giorni fa, per un convegno dedicato alle Politiche di Coesione del Mezzogiorno, il nuovo Ministro alla Coesione Territoriale Carlo Trigilia. L’economista e docente universitario ha scritto un libro (che mi sono imposto di comprare) dal titolo “Non c’è nord senza Sud” che chiarisce perfettamente quale potrebbe e dovrebbe essere, in una società sempre più complessa ed articolata, il ruolo del Mezzogiorno d’Italia. Siamo un territorio con un capitale umano di qualità, nel quale si sta cercando di crescere non solo nel segno della sostenibilità ambientale, ma anche dell’innovazione.

Con l’intento di allargare il bacino delle nostre imprese che, secondo me, dovrebbero cooperare nel modo più strategico possibile per poter con buone possibilità competere nei mercati internazionali e affermare il “made in Puglia”. Ecco perché, probabilmente, la prima rivoluzione da fare, come hanno evidenziato sia il Ministro sia il Rettore Petrocelli, è di stampo sociale e culturale. Fortificare gli anticorpi etici delle nostre comunità perché è solo nella legalità che il Sud può risorgere.

Con passione, fiducia e speranza abbiamo un solo imperativo: andare avanti!

P.s. l’articolo seguente, qui, in formato pdf.

Da Trigilia scossa alle Regioni

Annunci

Un Piano Nazionale della Mobilità Sostenibile

Mobilità elettrica a bari

Non se lo sogna, credo, solo il bravo Marco Boschini, ma anche semplici cittadini, associazioni e qualche parlamentare. Come conferma questa iniziativa in Europa – con Amsterdam miglior città per andare in bici – il dibattito è molto più intenso e approfondito di quello posto alle nostre latitudini dalla classe dirigente; ci sono, però, segnali incoraggianti, provenienti soprattutto dai movimenti e da varie realtà sociali.

Se, infatti, in Germania nasce un’autostrada per le biciclette e in Norvegia stanno diventando una bella moda le auto completamente elettriche (qui, invece, si può vedere un’altra innovazione a favore della mobilità elettrica), nel nostro Paese a Grosseto si sperimentano bus elettrici e a Torino vengono coinvolti studenti di diversi licei con l’intento di creare dal basso buone pratiche per una mobilità sostenibile.

Per la sua diffusione, tuttavia, occorre una vera e propria rivoluzione culturale: bisogna stravolgere, come si legge qui, proprio i paradigmi sociali e culturali che hanno connaturato fino ad oggi la nostra civiltà.

Circa il 70% delle risorse pubbliche destinate ai trasporti servono a finanziare strade e autostrade (fonte: Ministero dei Trasporti), mentre l‘80% degli spostamenti italiani avviene all’interno delle aree urbane dove, per banalissimi motivi di spazio, le grandi opere non possono essere realizzate. (Fonte: Corriere dei trasporti, pagg. 14-15) Queste due percentuali evidenziano in modo abbastanza netto come domanda e offerta di mobilità siano assolutamente indipendenti nel nostro paese: in Italia le infrastrutture vengono costruite laddove possono essere usate da poche persone, mentre la stragrande maggioranza degli italiani è abbandonata a se stessa nel proprio tentativo affannoso di spostarsi da una parte all’altra della città.

Nuovi modelli, quindi. Non solo per salvare l’ambiente, creando nuovi spazi di socializzazione e di inclusione – a Parigi l’Amministrazione Comunale pedonalizza interamente uno degli spazi più importanti – o la nostra salute – lo smog costava, nel 2010, secondo il Commissario Europeo all’Ambiente Potocnik, non meno di 12 miliardi di euro all’anno – ma anche l’economia e il piccolo commercio locale.

In poche parole, occorre rilanciare con vigore un messaggio chiaro: investire nella mobilità sostenibile – che non significa solo creare adeguate infrastrutture – significa investire in un modello di comunità diverso, inclusivo, integrato, più a misura d’uomo.

P.s. Qui gli altri interventi dedicati sul blog al tema della mobilità sostenibile. Mentre nel video, infine, la mia intervista a Lello Sforza, Mobility Manager della Regione Puglia, incontrato alcune settimane fa per essersi fatto promotore di un’iniziativa sulle reti ciclabili euromediterranee.

“L’Europa dopo l’Europa”

“L’Europa dopo l’Europa” è il tema della XII edizione dei “Dialoghi di Trani” (iniziativa culturale pluridecennale a cui sono molto legato, a cui ho quasi sempre partecipato negli anni scorsi e che quest’anno, con mio sommo orgoglio, mi vedrà “protagonista” come umile collaboratore dell’ufficio stampa), organizzato dall’Associazione culturale “La Maria del Porto” e promosso da Regione Puglia e Città di Trani, in collaborazione con l’Università degli studi di Bari e sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Dopo l’Europa della crisi, ma a partire dall’Europa con le sue radici e le sue culture interrelate, i “Dialoghi di Trani”, il più importante festival letterario nel Mezzogiorno, organizzato dal 6 al 9 giugno a Trani, propone spunti per una riflessione di ampio respiro sull’Europa vista dal suo Sud affacciato sul Mediterraneo.

In che modo l’Europa può ripartire e ripensare ad un  cammino di rinnovato slancio culturale e di nuova tensione etica sui temi dell’inclusione, della sostenibilità, della giustizia sociale? Che cosa lega ancora quei popoli che, come diceva Nietzsche, «hanno il loro passato comune nella grecità, nella romanità, nell’ebraismo e nel cristianesimo»?

A queste e molte altre domande proveranno a rispondere, tra gli altri: Fabrizio Barca, Marco Revelli, Paolo Flores d’Arcais, Concita De Gregorio, Luca Telese, Vladimiro Giacchè, Maria Pia Veladiano, Franco Cardini, Oliviero Diliberto, Luigi Zoja, Piero Dorfles, Luca Rastello, Andrea De Benedetti, Carlo dell’Arringa, Maria Pia Bruno, Therry Vissol ed Emilio Dal Monte (rappresentanti in Italia della Commissione Europea). Tra gli ospiti internazionali anche Michael Braun (Radio pubblica tedesca), Eric Jozsef (Liberation) e Evgeni Utkin (Il Quotidiano dell’Energia).

Non solo dialoghi su idee, libri e suggestioni al Castello, ma anche eventi dedicati ai giovani lettori, mostre, reading teatrali, concerti, passeggiate “eco-filosofiche” tra gli incantevoli vicoli del borgo medievale ricco di chiese e palazzi o lungo il porto turistico dove spicca la monumentale Cattedrale romanica sul mare e l’antico monastero benedettino di Colonna. Per i lettori appassionati di arte e storia, visite guidate al  quartiere della Giudecca, uno dei più fiorenti insediamenti ebraici in Puglia dove si conservano due sinagoghe.

Trani, uno dei più importanti porti della Puglia, da sempre crocevia di popoli e culture del Mediterraneo, per tre giorni fa rivivere al pubblico dei “Dialoghi” quell’antico fascino e mistero che l’ha consacrata come centro multiculturale e porta per l’Oriente.

“Italia, addio”

Sembra sia questo l’urlo emesso all’unisono dalle più giovani generazioni che, come rivela questo articolo, l’ennesimo nel suo genere, abbandonano il Paese, non avendo più alcuna fiducia nelle sue Istituzioni. Il lavoro, certamente, è la causa principale di questa nuova ondata di emigrazioni, ma anche la totale assenza di una prospettiva di vita inficia la dignità di tanti miei coetanei e di quelli ancora più giovani. Manca, come in molti ripetono giustamente da tempo, una visione strategica sul futuro del Paese. E questa emergenza, infatti, viene sottolineata chiaramente da questo nuovo studio, promosso da La Stampa:

È una società che si riconosce nella prossimità al territorio, in chi opera fattivamente nelle molte reti di solidarietà. È più diffidente, invece, quando pensa alle classi dirigenti che appartengono alle forme istituzionalizzate della rappresentanza e della politica. Forse è per questo che nel delineare le caratteristiche della leadership del futuro per il nostro Paese mette in risalto soprattutto due aspetti: la capacità di una visione strategica, in grado di anticipare e affrontare i problemi, da un lato. Dall’altro, l’essere dotata di senso morale, di legalità: in una parola, la dimensione etica. Meglio ancora, se assieme a questi aspetti vi è anche una competenza professionale specifica. È un’Italia provata da una crisi lunga, da una classe dirigente (non solo politica) che spesso offre il suo volto peggiore fra scandali, ruberie e un senso civico derubricato dal proprio lessico. Soprattutto dotata di un senso dell’irrealtà profonda.

E dispiace molto perché, nonostante questi mali endemici e cronici, l’Italia è un grande paese. O, almeno, potrebbe esserlo, se volesse. Se ci fosse la volontà e il coraggio, tutelando e puntando su quel fiume carsico rappresentanto dai suoi più talentuosi giovani (ma non solo), di investire nell’innovazione, nell’ambiente, nella cultura. Ecco, sapere che siamo ultimi in Europa nella spesa pubblica per la cultura e l’istruzione, non aiuta, per niente, a conservare pure quel briciolo di speranza per l’avvenire. Da qui, necessariamente, si deve ripartire.

(P.s.: Con alcuni “innovatori” che si stanno giocando la carta delle start up)

Barca: “La coesione territoriale è modernità”

A Bruxells, nei giorni scorsi, si è tenuta una riunione importante che aveva per oggetto il nuovo bilancio comunitario, per il periodo 2014-2020. Per il nostro Paese ha partecipato Fabrizio Barca, ministro alla coesione territoriale, il miglior ministro del Governo Monti, di cui avevo scritto già in questa occasione. Dalla sua pagina facebook si legge che:

2 miliardi di euro aggiuntivi per la politica di coesione, di cui 500 milioni per le aree rurali delle regioni italiane meno sviluppate del Mezzogiorno e oltre 400 milioni per il nuovo fondo per l’occupazione giovanile in larga misura nel Sud. Una percentuale su tutte: rispetto al bilancio 2007-2013, nel bilancio 2014-2020, frutto dell’accordo di oggi tra i capi di Stato e di Governo, la dotazione sul fronte coesione aumenta dell’1% a prezzi costanti mentre il pacchetto globale Ue vede un calo all’incirca del 9%.

Bisogna riprogettare il lavoro, ripensare alle condizioni sociali culturali e politiche che lo determinano. Oggi nefaste perché lo condizionano pesantemente causando il dramma della disoccupazione che conosciamo. Se questi fondi, pertanto, non saranno sprecati, come ci si augura, il Mezzogiorno potrebbe davvero ripartire.

Dalla Puglia all’Europa un unico mercato del lavoro

“Gli ultimi dati Istat secondo cui la disoccupazione non è mai stata cosi alta negli ultimi vent’anni, con 544 mila inoccupati in più in soli due anni, con percentuali ancora più drammatiche nel Mezzogiorno, contestualmente al varo delle nuove linee guida della Regione Puglia sul mercato del lavoro, ci inducono a fare un’ampia panoramica su come si stanno evolvendo i dinamismi occupazionali. Abbiamo, pertanto, incontrato Carlo Sinisi, consigliere Eures della Regione Puglia”. Apro cosi l’ultimo mio articolo su Gazzetta dell’Economia, pubblicato sabato scorso.

Il reddito di cittadinanza

Di politiche del lavoro, come di tanti altri temi, non capisco moltissimo. Non ho l’arroganza di sentirmi un tuttologo. Per questo ritengo utile e doveroso studiare i dinamismi che hanno regolato e regolano la disciplina, sempre più di stringente attualità oggi, e aggiornarmi quanto più possibile sulle innovazioni, anche culturali, che renderebbero più equo il nostro welfare. Nei mesi scorsi mi sono occupato già di politiche del lavoro segnalando sia le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi per efficientare tutto il sistema sia per ragionare sulla riforma del comparto presentata dal Ministro Fornero. Oggi, invece, ed è una lettura di grande qualità ed utilità, condivido questa intervista a Rita Castellani.

In Europa, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, il welfare ha visto come oggetto delle sue azioni il cittadino indipendentemente dalla sua condizione lavorativa. In Italia invece ha prevalso un approccio diverso e l’obiettivo della tutela non è stato il cittadino ma il lavoratore. Nel welfare italiano le forme principali di assistenza sono due: la cassa integrazione e il sussidio di disoccupazione. Entrambe sono corrisposte non su base generalista fiscale, come avviene negli altri paesi, ma su base assicurativa. Il reddito di cittadinanza non tutela la perdita del lavoro ma il cittadino in quanto tale. Nel Regno Unito ogni cittadino maggiorenne che decide di lasciare la propria famiglia percepisce l’equivalente di 300 euro come contributo monetario mensile, affitto pagato, supporto economico per il diritto allo studio e assistenza sanitaria. L’aspetto centrale della riforma non è infatti quello economico ma l’abbandono degli attuali ammortizzatori sociali basati sul meccanismo assicurativo. Nel 2011 la sola cassa integrazione ha prodotto 4 miliardi di gettito. Eliminando la cassa integrazione questa somma diventerebbe interamente reddito di impresa che tassato con l’attuale aliquota del 27,5% consentirebbe il finanziamento del reddito di cittadinanza a 4 milioni e mezzo di cittadini. L’attuale sistema di ammortizzatori sociali assicura solo una parte dei lavoratori italiani. Una gran parte di lavoratori precari è di fatto privo di tutele. Il reddito di cittadinanza eliminerebbe questa distorsione dovuta alla segmentazione del mercato del lavoro italiano. In Italia i disoccupati sono principalmente giovani e donne è una forma di aiuto nei loro confronti. Il reddito di cittadinanza non è un sussidio alla famiglia ma al cittadino. Questo è il cambio culturale che l’Italia deve fare per avere un approccio laico al welfare.

Maurizio Landini e Fabrizio Barca “remano” per un’Europa dei Diritti

Per l’undicesimo anno consecutivo, nella bella Trani, si svolgono i Dialoghi, manifestazione culturale di grande qualità e prestigio che consente ad autori affermati e a illustri intellettuali del nostro Paese di confrontarsi sui temi più interessanti e vari dell’attualità. Ieri ho partecipato all’unico evento che ho potuto seguire in questa edizione, ossia l’incontro dal titolo “L’Italia delle diseguaglianze” con ospiti il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca e il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini. Con la collaborazione di Francesco Nicodemo, ho scritto il seguente articolo:

“Dopo il fascismo, quel che rimaneva dello Stato doveva essere buttato all’aria e ricostruito. Non è stato fatto. Ed oggi poiché abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato, come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia, la corruzione è diventata la punta di un iceberg che sta facendo sprofondare l’Italia”. Queste parole non sono state pronunciate da un eversivo di sinistra o da un grillino, ma dal Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca, intervenuto, con il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini, ai Dialoghi di Trani. I due relatori, sin dalle primissime battute, appaiono molto più “vicini” rispetto a quel che sarebbe lecito attendersi, avendo percorsi culturali e professionali assai diversi. Ed è una cosa che la platea apprezza. Entrambi convergono sulla necessità e sull’urgenza di costruire un’Europa unita politicamente, e non solo monetariamente, dove alla solidità dell’Unione corrisponda una leale ed effettiva solidarietà tra Paesi. Dove viga un’uguaglianza sociale e dei diritti, tramite i quali sia possibile soddisfare la fortissima richiesta che proviene dal basso di servizi e di lavoro, anche di qualità. Le risposte a questi interrogativi delicatissimi dovrebbero giungere dalle Istituzioni. Ma queste – dice Landini – sono attraversate da una impietosa regressione morale e culturale che hanno svuotato di senso l’istituto della delega che andrebbe, pertanto, ridefinito, e che hanno spinto anche il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, a parlare di “bancarotta della politica”. E da questa paralisi, a cui si è giunti anche perché negli ultimi decenni “il lavoro e l’interesse di chi lavora” non sono stati tra le priorità di chi ha assunto funzioni pubbliche, non si esce soltanto con un esecutivo pienamente legittimato dagli elettori (con l’attuale che per il sindacalista non è un governo “tecnico” ma politico perché politiche sono le scelte che sta adottando e i cui effetti stanno pesantemente incidendo sulla vita delle persone) pronto ad assumersi le proprie responsabilità, ma anche superando quell’approccio troppo liberale che si è imposto in questi anni e che, anche a causa della globalizzazione, ha spinto ad instaurare più una competizione tra lavoratori invece che una correlazione orientata alla qualità del prodotto e dove, contestualmente, i diritti fossero uguali per tutti e sulla base dei quali far nascere uno stato sociale europeo. Con il lavoro diventato una merce di scambio. Diventato precario per definizione. Frammentato per imposizione delle imprese. Le proposte di Landini sono, perciò, essenzialmente due: prevedere una legge sulla rappresentanza sui luoghi di lavoro che tuteli davvero i lavoratori consentendogli di scegliere liberamente i propri sindacalisti senza venire intimiditi o ricattati da quei manager che in base alle loro convenienze si scelgono, oggi, i soggetti con cui interloquire; e la predisposizione di un Contratto Unico Nazionale dell’Industria che superi l’attuale modello dove ciascuno persegue il proprio tornaconto mediante percorsi individuali di concertazione e di mediazione. Il Ministro Barca, invece, dall’alto della sua esperienza pluridecennale di noto economista apprezzato a livello internazionale, si sbilancia nel dire che la crisi economica e finanziaria europea era prevedibile perché negli ultimi 30 anni sono state smantellate tutte le principali regole del capitalismo, e che “è maturato il convincimento che la complessità fortissima del reale non potesse essere governata dalla politica, ma dalle imprese o dalle grandi multinazionali”. L’Europa non ha saputo affrontare questo problema i cui effetti patologici sono oggi sotto gli occhi di tutti essendoci un’ unione monetaria, nata su impulso tecnocratico, ma non politica. Con una crisi politica che, nel caso italiano, si è testimoniata, inoltre, con la quasi inutilità del Parlamento essendo le decisioni assunte altrove. E con l’anomalia di avere una corruzione e un’evasione fiscale tra le più consistenti nel mondo, mai affrontate negli ultimi decenni seriamente come alienazione della stessa politica, ma addirittura accettate come fenomeni con i quali bisognasse conviverci rassegnatamente, è accaduto che – prosegue Barca, con un tono e soprattutto una percezione di autenticità parecchio insolita per un “politico” – “abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia”. Fortissima, inoltre, è la resistenza al cambiamento, la volontà di preservare lo status quo, con un cambiamento soltanto, seppure, evocato, gattopardescamente, proprio per non cambiare concretamente niente, alla fine. Ed oggi se il Paese non è ancora fallito è solo per “l’eroismo” di quelle migliaia di persone, alcune presenti anche nel Sud, che con la loro opera e fatica quotidiana lo stanno appunto salvando, il Paese, anche da se stesso. Il Ministro Barca, infine, cita uno dei suoi formatori, l’economista Napoleoni, per il quale bisogna puntare sulla domanda di servizi, e non sull’offerta. Rimettendo al centro i servizi collettivi e i beni comuni. Riformando l’intero apparato statale valutando il personale a disposizione per la competenza, in modo trasparente, valorizzando le risorse sottovalutate, dando poi la possibilità a quei giovani desiderosi di lavorare con e per lo Stato, di poterlo fare onestamente e in piena libertà, in nome di quell’indomita etica pubblica che per costoro non andrà mai in crisi. E che presto, come cantava Mercedes Sosa – la cui canzone “Todo cambia” ha aperto il dibattito – tutto cambi. Veramente e per sempre. Noi ci siamo e siamo pronti.

10 milioni ad Europa 7

Per un paio d’anni non ne abbiamo saputo più niente del processo amministrativo in corso, temendo che alla fine oltre al danno per l’imprenditore Di Stefano ci fosse anche la beffa. Ieri, invece, la Corte europea dei Diritti umani ha condannato l’Italia ad un risarcimento di (soli) dieci milioni di euro per avergli impedito, da un decennio a questa parte, di trasmettere sulle frequenze (mai concretamente assegnate) che aveva legittimamente vinto dopo il bando che era stato pubblicato dal Governo Italiano ai tempi in cui Gasparri era Ministro delle Telecomunicazioni. Quando la classe politica fece il possibile e l’impossibile per impedire che Emilio Fede e Rete4 andassero sul satellite e che questa emittente ne occupasse le frequenze trasmettendo programmi sicuramente di diversa fattura. Di questa vicenda, infine, ne ho scritto diffusamente sin dall’inizio, anno 2008 circa. Qui, qui e qui i post dedicati ad Europa7 – ero ancora sull’altro blog – e al suo contenzioso con lo Stato Italiano da un lato e con Rete4/Mediaset dall’altro. Non crediamo che la vicenda sia conclusa definitivamente. Giudiziariamente e politicamente. E in attesa di conoscere le “puntate successive” resta il rammarico e l’amarezza nel constatare che, con soldi pubblici sprecati a grandi quantità, si continua a privilegiare una esigua ed avida oligarchia disinteressandosi completamente del bene comune degli italiani, in questo caso la pluralità e la correttezza dell’informazione.

 

La gerontocrazia impone l’emigrazione

Ieri La Stampa lo aveva ben raccontato: abbiamo la classe dirigente più vecchia d’Europa. Età media, considerando politici banchieri professori universitari manager e dirigenti d’azienda, 60 anni. Decisamente troppi se pensiamo che Zapatero in Spagna è diventato Primo Ministro, per la prima volta, a 39 anni. O che il Ministro dell’Economia e delle Finanze della Svezia non ha neanche 40 anni. O, ancora, che a 35 anni, in Germania, si può essere già da qualche anno manager di importanti istituti di credito o di aziende. Fino a qualche anno fa, inoltre, coloro che emigravano lo facevano principalmente per destinazioni comunque europee – ora si scelgono anche gli altri continenti – per città dove si riteneva che il merito fosse riconosciuto e che conseguentemente poi il lavoro desse delle giuste gratificazioni. Oggi, invece, si tende ad emigrare perché in Italia è diventata insostenibile ed esasperante la corruzione e la cultura mafiosa che si è insinuata in moltissimi gangli della società proprio perché lo Stato ha fallito completamente nella sua vocazione e nella sua missione di creare delle opportunità per molti e di saper offrire una visione di futuro accettabile e dignitosa. I giovani che vanno via dal Paese hanno perso la speranza, ma non accettano la rassegnazione. Non contemplano la possibilità di dismettere se stessi dal mondo presente. Vedere tanta gente formata a spese nostre e di qualità che appena mette piedi fuori dal Paese viene valorizzata, pur gradualmente a volte, ma viene valorizzata, è avvilente. E genera ancora più rabbia se poi aprendo un webquotidiano o un cartaceo troviamo storie vergognose come quelle della “Famiglia Bossi”. Perché, giusto ribadirlo, il problema non è soltanto anagrafico, ma culturale. Se ci fossero “anziani” degni di stima e carismatici a tal punto da essere percepiti come esempi, l’attesa di veder un giorno premiati i propri sforzi potrebbe essere leggermente meno pesante. L’esempio, infatti, fortifica ed ha un valore pedagogico non indifferente. Invece no. Abbiamo questa nauseante gerontocrazia arroccata su se stessa e sulle proprie novecentesche ideologie consunte che non punta che a rinnovare lo status quo, come se le postazioni di responsabilità raggiunte fossero, spesso e volentieri, una proprietà privata e che quindi nel migliore dei casi debbano essere ereditate dai figli. Il Ministro Profumo ha più volte, recentemente, espresso la sua ferma volontà di avviare progetti innovativi che spingano le migliori risorse italiane presenti all’estero a tornare nel Paese, essendo necessarie per la costruzione di un nuovo modello sociale ed economico. A questi buoni propositi, però, ad oggi, non sono seguiti fatti ed azioni concrete e mirate. Bisognerebbe ripartire da una cultura della responsabilità. Diffusa e condivisa.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: