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Svizzera, restituisci il maltolto

Dell’operazione “Guardie svizzere” ne parlo qui. Ne parla da molto più tempo Pippo che raccoglie tutti gli articoli e le riflessioni. Ieri la notizia che la Svizzera, in quel che rischia di essere uno storico scontro tra mondo della politica e mondo della finanza, si accinge a restituire a vari Paesi del mondo, tra cui l’Italia, gran parte del maltanto custodito in questi anni e sulla cui provenienza illecita pare ci siano pochi dubbi. Per l’Italia si tratterebbe di una cifra che oscilla tra i 37 e i 50 miliardi di euro, a seconda del tasso che verrà concordato. Con una parte dei proventi che rientrerà subito, la parte rimanente diluita nel tempo. Sperando che nel frattempo non cambino le direttive che si apprestano a sottoscrivere bilateralmente i due paesi. Ma la strada, ad oggi, sembra spianata. Chi evade, soprattutto in questo periodo, è molto più di un ladro. E’ uno stronzo.

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Dall’Europa all’Italia, passando per Torino

Ad agosto nessuno lo avrebbe detto. Oggi, dopo nove mesi di imbattibilità, la Juventus, dopo alcune stagioni disastrose e politicamente tormentate per via della nebulosa vicenda del “calcio-scommesse”, torna a vincere lo Scudetto. E poco importa se sia il 28° o il 30°. Lo ha vinto con merito. Mister Conte, il vero artefice del successo, ha saputo costruire e plasmare un gruppo improntato al sacrificio, dove il “Noi” è stato più determinante dell’individualismo del top-player, che infatti la squadra non ha. La squadra ha vinto con la testa e col cuore, prima ancora che con le gambe. Non bisogna essere juventini o sportivi, ma soltanto oggettivi, per riconoscere in questo un insegnamento importante: si vince con la testa e col cuore, puntando sulla costruzione di un “Noi” che sa di poter avere un futuro radioso e importante, perché dimostra di avere una visione. Una visione collettiva. Ma questo fine settimana è stato anche importante per le elezioni presidenziali in Francia, per le elezioni politiche in Grecia, per quelle di “medio-termine” in Germania e per le amministrative in Italia, che hanno coinvolto circa nove milioni di italiani. E sebbene i risultati italiani non siano ancora definitivi, e quindi con la possibilità che queste tesi possano essere smentite tra alcune ore, alcune riflessioni, però, possiamo già farle. Come era facile immaginare, visto il cosiddetto clima di “antipolitica”, l’astensione è stata molto alta. Quasi ovunque. Che, anche a causa dell’attuale declino del Pdl in versione Alfano e della Lega, il centrosinistra rischia di vincere dappertutto, con i grillini sempre più poderosamente determinanti, essendo coloro che più di altri riscuoteranno il “voto di protesta”. In Sardegna, peraltro, senza che la cosa fosse enormemente pubblicizzata, si è votato il referendum abrogativo delle nuove quattro provincie, ma più in generale per la riduzione drastica dei privilegi della “casta”. Quorum raggiunto. Ed è un dato importante. In Francia, invece, ha vinto Hollande. Ed è un segnale altrettanto importante che viene dato all’Europa perché occorre modificare i processi, non solo nei contenuti ma evidentemente anche nelle modalità. Non può esserci solo austerità e rigore, come è stato detto infinite volte. Bisogna invertire la rotta stabilendo delle nuove coordinate per una navigazione che porti ad una crescita sostenibile che sia socialista nei suoi obiettivi, che guardi davvero alla società europea tutta, a tutti quei milioni di lavoratori e di cittadini che stanno soccombendo sotto l’altissima pressione fiscale e sotto la ghigliottina delle misure inique che i vari governi hanno predisposto. Rapportandosi più ai diktat delle banche e delle agenzie di rating piuttosto che sulle esigenze della collettività. La rabbia contro l’Europa si è, peraltro, manifestata in Grecia dove si è votato pure e dove la situazione è difficilissima già da tempo. E nel cui Paese, infatti, hanno vinto le ali estreme, in particolare quella di estrema destra che, con oltre il 6% dei voti, inciderà moltissimo sulle politiche che verranno elaborate nel prossimo Parlamento. Si è votato, infine, pure in Germania, per le elezioni di medio termine. Qui la coalizione che fa riferimento alla Merkel continua a perdere consenso, pur restando il partito di riferimento, a dimostrazione che in tutta Europa spira un vento che si fa via via sempre più consistente e che rischia di spazzare via i vecchi paradigmi culturali e politici. Anche qui, infatti, alta è stata la percentuale dell’estrema destra, ma soprattutto dei Verdi che con le loro politiche stanno testimoniando da tempo che bisogna investire su un altro modello di crescita economica dove ogni elemento sia connaturato ad una visione ecologica e sostenibile della realtà. E tale visione, per quanto mi riguarda, non può non essere una visione collettiva. Perché se, a cominciare dall’Italia, non ci sforziamo di ricostruire, tutti insieme, una società basata su un “Noi” che sappia declinare lealmente ed oggettivamente i valori della solidarietà, della legalità, della meritocrazia e dell’uguaglianza, e che sappia, quindi, meritare la fiducia degli italiani, diventa fisiologica e naturale, poi, la ribellione degli italiani che si affidano ai demagoghi e ai populisti. E non penso proprio che questo sarebbe ciò di cui il nostro Paese e l’Europa hanno bisogno.

Il talento italiano? All’estero vale

Lettura utile ed incoraggiante. Che si salda benissimo con quest’altra storia di successo. Facendomi, poi, tornare pure in mente questo editoriale di Irene Tinagli, con cui si invita i più giovani a educarsi “alla curiosità, al rischio, all’imprenditorialità”, poichè “tutti i sondaggi condotti tra i giovani italiani mostrano bassi livelli di propensione al rischio e all’imprenditoria”.

Le raccomandazioni non esistono e la meritocrazia premia chi si impegna. Quando si parla di lavoro, il confronto tra Italia ed estero è netto, quasi schiacciante. Bisogna avere coraggio, determinazione, passione e sogni ambiziosi. Investire su se stessi, utilizzando i propri soldi per un weekend all’estero, per un corso di aggiornamento, per un’attrezzatura all’avanguardia, rinunciando magari a uno stile di vita da nababbi. Bisogna spostare i desideri, le aspettative e i sogni dal piano puramente materiale ed edonistico a quello professionale. Anche i giovani, insomma, devono mettere in campo una mentalità nuova. La mancanza di meritocrazia e’ il limite piu’ grande dell’Italia: ruba le energie. Perche’ siamo un paese incubatore di talenti e di intelligenze, con una grande attitudine relazionale molto apprezzata all’estero, ma tutto questo non viene riconosciuto: e’ come se ci limitassimo gia’ in casa, e il sistema Italia corre troppo spesso su altri binari. E’ vero, ci sono vincoli burocratici, ma soprattutto culturali. Invece mi verrebbe da dire ‘siate folli’, alla Steve Jobs, l’entusiasmo unito alla competenza è una carta vincente sul mercato del lavoro.

Operazione Guardie Svizzere

Il 18 febbraio scorso, su Prossima Italia, Rita lanciava l’ “Operazione Guardie Svizzere”. Poi immediatamente ripresa e rilanciata da Pippo. Anche se, a dire il vero, come rivela l’Espresso, il primo a sollecitare un’azione italiana per il recupero degli ingenti fondi evasi depositati nelle banche svizzere, è stato il Capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori, Massimo Donadi. Con il paese elvetico, vero paradiso fiscale al centro dell’Europa che fino ad oggi ha saputo solo chiedere sacrifici ai paesi dell’Unione rispetto ai quali è stata poco leale e solidale, prima la Gran Bretagna, poi la Germania, ora l’Austria, hanno stipulato accordi bilaterali per introitare appunto i fondi evasi, a percentuali concordate, garantendo, tuttavia, l’anonimato dei disonesti. Si ritiene che in Svizzera ci siano almeno 150 miliardi di euro italiani e, sulla base del tasso che potrebbe essere concordato, il nostro erario potrebbe recuperare una cifra importantissima. Dai 37 ai 50 miliardi di euro, come stima Il Fatto, che riporta in un primo momento la contrarietà di Monti per un’operazione di questo tipo essendo il capo del governo uno strenuo fautore dell’unione fiscale europea (che sarebbe stata messa in pericolo dalle iniziative arbitrarie condotte dai tre paesi) e del massimo rigore. Ma “nella conferenza stampa di mezzogiorno del 17 aprile il commissario europeo alla Fiscalità, Algirdas Šemeta, spiega ai giornalisti che gli accordi di Gran Bretagna, Germania e Austria con la Svizzera sono compatibili con il diritto comunitario. E quindi nel 2013 produrranno i loro effetti”. Oggi, nonostante la gaffe colossale e penosa del Corriere della Sera di ieri, probabilmente confortato dalla stessa Europa ma anche forse pressato da un Paese che non potrà reggere ancora per molto l’alta pressione fiscale a fronte di un’equità contributiva che proprio non si vede e a fronte di un processo di crescita non ancora avviato del tutto – come rivela ancora una volta Il Fatto – Mario Monti sembra aver cambiato idea. Sarà vero? Attendiamo fiduciosi e speranzosi i prossimi passaggi e soprattutto i primi risultati, poichè sarebbe non poca cosa avere in tempi rapidi a disposizione risorse cosi cospicue per rilanciare l’economia e l’occupazione, dando fiato a chi si sente strangolato e soffocato dalla pressione fiscale da un lato e dall’impossibilità di recuperare i crediti dovuti in tempi ragionevoli dall’altro.

Pippo, infine, ci ricorda che “l’operazione guardie svizzere” su facebook, la trovate qui: Operazione Guardie Svizzere. E su twitter, la parola chiave da seguire è: #ogs.

Si parla molto di Europa, ma può esistere un’area politica, economica e monetaria, con un paradiso fiscale al centro? Senza regole, con banche che includono gli spalloni nel servizio, lingotti d’oro che si spostano come pendolari e una generale sensazione da presa per i fondelli? Altro che scudo (che accompagnava guarda caso lo spadone leghista), qui ci vuole un’operazione politica. Si tratta di decine di miliardi di euro. Che potrebbero servire a fare tante cose, ma siccome a noi piacciono i contratti a progetto, li destineremmo al credito per le imprese e alla riduzione della pressione fiscale sui contribuenti onesti, dal momento che si tratta di banche e di evasione.

I Cie in Italia: dove la tortura è legalizzata

Nei giorni scorsi, come avevo preannunciato, si è svolta a Bari come in molte altre località italiane, una nuova visita al Cie cittadino. Ho preso spunto da questa iniziativa per condividere, con gli amici di Giù al Sud, alcune riflessioni.

Karl Jaspers nel suo “La questione della colpa” individuava con chiarezza quattro colpe: “la colpa criminale, quella politica, quella morale e quella metafisica”. Con i migranti o i cittadini di origine straniera (leggasi il recente “caso Modena”) non si sbaglia: la loro unica colpa è ontologica. Rinchiusi arbitrariamente e contro la loro volontà, senza aver commesso alcun illecito penale. Il principio di uguaglianza e le “leggi” morali che hanno ispirato la Costituzione o la Dichiarazione dei Diritti Umani, in un Paese che non ha nel suo ordinamento il reato della tortura, piegati da una normativa e da una burocrazia nazista. In queste strutture la dignità individuale viene stuprata ogni giorno: frequentissime sono le violenze fisiche e psicologiche perpetrate nei confronti di chi spesso non conosce neanche i propri diritti, per via della non conoscenza della lingua italiana. Un Governo credibile dovrebbe investire da un lato sulla cooperazione internazionale tramite la quale attrarre investimenti e talenti, dall’altro sviluppare politiche solide basate sulla solidarietà, sull’accoglienza e sulla “convivialità delle differenze”. Un Governo credibile non darebbe l’impressione di essere ricattata da qualche forza politica che non vuole conferire la cittadinanza a chi nasce in Italia o vi risiede da un numero congruo di anni legalmente lavorando onestamente. Un Governo credibile ristrutturerebbe con coraggio l’architettura istituzionale curando il cancro della burocrazia semplificando le procedure per il rilascio dei permessi di soggiorno o l’assegnazione degli asili politici per chi giunge da Paesi politicamente instabili. Un Governo credibile includerebbe nel suo progetto di riforma del mercato del lavoro il reato del caporalato e del lavoro nero di cui non si parla affatto in questi mesi e che sono piaghe dolorosissime presenti nel Mezzogiorno d’Italia.

(Qui, invece, è possibile trovare una completa rassegna stampa, curata dall’Associazione “Class Action Procedimentale”, sulla visita da parte della delegazione barese di giornalisti all’interno del Cie di Palese)

Il greenbuilding italiano

Se ne parla qui.

La nuova direttiva europea sull’efficienza energetica degli edifici, la 2010/31/CE (EPBD), che deve essere recepita dalla legislazione italiana, introduce, oltre al concetto di edifici a energia quasi zero, anche il concetto di livelli ottimali dei costi per gli interventi di efficientamento energetico degli edifici. La direttiva stabilisce una metodologia per cui occorrerà: calcolare i costi degli interventi di miglioramento energetico basandosi su tutto il ciclo di vita dei materiali (così facendo si potrà valutare l’effettivo impatto ambientale); definire una curva dei costi, la cui zona più bassa rappresenterà il livello economico ottimale; definire i requisiti minimi energetici, corrispondenti alla zona della curva che offrirà i minor costi per l’utente finale. L’innovazione tecnologica nel campo della sostenibilità ambientale e sociale in edilizia si sta comunque facendo strada. A questo proposito,voglio portare 2 esempi: med in Italy, la casa sostenibile per il Mediterraneo. Un team di professori e studenti  intende progettare una casa che affonda le sue radici nella tradizione del sud del Mediterraneo e nella sua cultura materiale, in un rapporto dialettico con la contemporaneità. L’esempio degli ecovillaggi, l’idea di una società basata sulla solidarietà, la cooperazione e l’ecologia: RIVE: Rete Italiana Villaggi EcologiciPescomaggiore EVA, autocostruito nel cratere sismico aquilano.

Verso un modello di fiscalità dell’energia?

Nonostante le parole del Ministro Clini sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica possano indurre ad una certa positività (nella nota si parla anche di carbon tax e riduzione dei trasporti su gomma), l’assenza di un Piano Energetico Nazionale, come rilevato già qualche giorno fa per l’ennesima volta, inficia ogni progetto di rilancio sostenibile dell’economia perché potenzialmente basato su un modello di sviluppo ecologicamente intollerabile. La conseguenza più immediata e più visibile è, infatti, come rileva Linkiesta, la gravosità delle nostre bollette energetiche. Occorrerebbe, pertanto, esercitare quella propositiva e tenace pressione democratica affinché le rinnovabili e l’efficientamento diventino punti fissi, come avviene negli altri paesi europei, di ogni agenda politica riformista ed innovativa.

Suona come un’eresia, la proposta di un sistema di decrescita progressiva dei consumi energetici con dei budget contingentati annualmente stabiliti dallo Stato. È un atto rivoluzionario delineare un nuovo modello di fiscalità dell’energia che premi i comportamenti virtuosi di ogni singolo cittadino valutandone i costi dello stile di vita in termini di  kWh utilizzati e di carbonio emesso.

Le “smart city” possono farci uscire dalla crisi

Da non pochi mesi a questa parte, ormai ogni giorno, leggiamo sui giornali i dati allarmanti sulla disoccupazione e sulla difficoltà di rilanciare la crescita. Come la mancanza di lavoro e di redditi garantiti da un lato e la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro che non trasmettono sicurezza dall’altro, stiano facendo preoccupantemente innalzare il livello di intolleranza verso le Istituzioni del Paese. E non sono poche, infatti, le notizie che annunciano i suicidi anche di imprenditori strozzati dai debiti (o peggio, talvolta, dai crediti verso le PA che non liquidano in tempi ragionevoli) o consumati dal dolore della disoccupazione. Soprattutto quando non sono più giovanissimi e non riescono a reggere al peso delle loro responsabilità. Il Centro Studi di Confindustria e l’Istat, del resto, confermano questo trend assai negativo, soprattutto in ambito edilizio, perché sussistono le condizioni che l’hanno causato. Occorre, perciò, cambiare passo e puntare su altro. Senza perdersi d’animo. E ritengo che l’ecologia e l’innovazione, soprattutto di tipo digitale, possano aiutare moltissimo a non far precipitare l’Italia in un baratro inquietante, quello della recessione cronica o del fallimento finanziario. L’interesse sulle smart city e sulle smart community deve essere sempre più elevato. Il Governo, forse, lo ha compreso.

E ha deciso di dedicare uno dei gruppi di lavoro dell’Agenda Digitale Italiana proprio alle “Smart city e smart community”. Della settimana scorsa è anche l’annuncio dell’ANCI della creazione di un Osservatorio ad hoc per sostenere i comuni in questo percorso. Da più parti si sottolinea come questa delle “smart city” rappresenti certamente un’opportunità, ma allo stesso tempo una necessità per un Paese stretto tra rigore di bilancio e necessità di crescita e per Amministrazioni a loro volta costrette dal Patto di Stabilità a puntare allo sviluppo dei servizi attraverso le tecnologie, la razionalizzazione della spesa e la partnership con i privati. L’interesse è alto e più che motivato. La conoscenza sembra, invece, ancora poco diffusa. Non è un caso che anche nelle ultime settimane ci siano stati diversi interventi dei principali esperti sul tema (vedi ad esempio questo intervento di Alfonso Fuggetta, questo di Luca De Biase o questo di Michele Vianello) per ribadire cosa è e cosa non è una smart city, e di precisare gli aspetti che devono essere considerati per non cadere nella trappola di concentrarsi sull’aspetto tecnologico, condizione necessaria ma non sufficiente. Perché le smart city possano davvero rappresentare una via per l’uscita dalla crisi è necessario che dalla loro realizzazione ne derivi lo sviluppo di una comunità innovativa. Non basta per questo garantire delle buone connessioni, bisogna costruire le condizioni per l’innovazione, attraverso politiche di sviluppo integrate. Costruire una smart city è possibile se si ha una visione di città innovativa. Uno studio recente riferito al 2008, inoltre, stima che, a livello di Unione europea, il mercato delle informazioni del settore pubblico abbia un valore di 28 miliardi di euro. Lo stesso studio indica che i guadagni economici complessivi di un’ulteriore apertura delle informazioni del settore pubblico, mediante un più facile accesso alle stesse, ammonterebbero a circa 40 miliardi di euro all’ anno per la UE-27. Complessivamente, i guadagni diretti e indiretti nella UE-27 derivanti da applicazioni che utilizzano le informazioni del settore pubblico, sarebbero nell’ ordine di 140 miliardi di euro annui. I dati detenuti dalla Pubblica Amministrazione centrale e locale, infine, se resi disponibili e debitamente rielaborati anche attraverso applicativi dedicati, possono favorire lo sviluppo intelligente dei tessuti urbani, secondo il modello delle Smart Cities, nonché costituire una importante leva per il rafforzamento economico dei territori.

L’efficienza energetica, questa sconosciuta

Ne abbiamo già scritto diffusamente in questo piccolo blog. L’Italia – che si appella all’Europa quando gli conviene e da essa fugge quando è questa a chiamarla – anche a causa della sua cronica incapacità di costruire una visione ecologica e sostenibile del futuro che possa partire dalla redazione di un Piano Energetico Nazionale, è prossima ad essere sanzionata dall’Unione Europea per il mancato recepimento della normativa sulle etichette energetiche.

O si recepisce appieno la direttiva 2010/30/Ue sull’etichettatura energetica oppure l’infrazione va avanti, fino alla Corte di Giustizia, dove ormai l’Italia è al primo posto per numero di cause pendenti. Eppure basterebbe poco per mettersi in regola, ovvero adeguarsi alla lettera agli standard europei per quanto riguarda i prodotti legati all’energia, dalla loro pubblicità al loro uso negli appalti pubblici. Con l’approvazione della nuova direttiva 2010/30/Ce sono state già riviste le etichette per frigoriferi e congelatori, lavatrici, lavastoviglie e condizionatori d’aria ed è stata introdotta una nuova etichetta per i televisori. Ma in Italia sull’efficienza energetica qualcosa non funziona, e a ben guardare non solo per gli elettrodomestici. Lo scorso ottobre sul banco degli imputati ci siamo finiti per il rendimento energetico degli edifici. Sì perché proprio gli edifici consumano il 40 per cento dell’energia e producono il 36 per cento delle emissioni di anidride carbonica (Co2) in tutta Europa. Se poi questi edifici sono pieni di elettrodomestici spreconi, la frittata è fatta.

Il nuovo catasto “ce lo chiede l’Europa”

Rivoluzione in arrivo per i professionisti del settore. Finalmente, e fino a prova contraria, una buona notizia. Uno strumento utile ed evoluto per snellire procedure ed operazioni, per semplificare e qualificare meglio il lavoro tecnico.

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