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Le Smart City salveranno il mondo?

Internet, si dice da tempo, ha stravolto le nostre abitudini. Ha cambiato i nostri stili di vita. Ci ha reso, a tratti, schizzofrenici, poichè siamo sempre più accellerati nelle nostre attività quotidiani, alla ricerca a volte non si sa bene di che cosa. I teorici digitali e non solo gli esperti di comunicazione sostengono, inoltre, già da tempo, che una crescente digitalizzazione del nostro Paese produrrebbe benefici e vantaggi economici, culturali e sociali, quindi politici. Ma oltre che per ignoranza, anche per la paura di essere travolta da questa nuova rivoluzione industriale, forse, l’attuale classe dirigente poco o nulla investe sulle nuove tecnologie. Un cambio di paradigma, tuttavia, potrebbe aversi con le Smart City, ossia con le “città intelligenti” verso cui l’Unione Europea, con l’iniziativa nota come Paes (Piano d’Azione per le Energie Sostenibili), sta tendendo. Anche Bari sta provando a diventare smart, come si può leggere sia qui sia qui.

Il concetto di «smart city» è frutto dell’incontro di almeno quattro profonde trasformazioni che da decenni stanno cambiando il mondo intorno noi. Nel 1800 solo il 3% della popolazione mondiale viveva in città. Oggi circa un persona su due ci vive. Nel 2050 si prevede che la percentuale salirà al 70%. Una consapevolezza ecologica ormai patrimonio condiviso. L’emergere della cosiddetta società dell’informazione, con la conseguente enfasi sull’intelligenza, la preparazione e la creatività. E infine la rivoluzione digitale, ovvero, quell’insieme di tecnologie che sta mutando il modo in cui lavoriamo, impariamo e, più in generale, viviamo. Pensare a una città senza un buon accesso a Internet è ormai impensabile, né più né meno come oltre un secolo fa divenne impensabile una città senza elettricità. Ma c’è altro, di ben più specifico. Le tecnologie digitali, infatti, si prestano in maniera particolare a rendere più efficienti sistemi complessi e geograficamente compatti come le città. Con la speranza che le «smart cities» ci rendano, come dice Glaeser, «più ricchi, più intelligenti, più ecologici, più in salute e più felici».

P.s.: Lo smart world esiste già ed è sempre più in continuo divenire.

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Il Diritto alla Città

Giù al Sud è online da qualche giorno. E’ il primo blog comunitario costituito da giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno d’Italia. Campani, pugliesi, calabresi, siciliani, sardi, incontratisi in Rete che hanno deciso di fare rete per provare a raccontare un meridione come mai è stato raccontato. Non finto, non voluttuoso, non generosamente altro da quello che viviamo tutti i giorni. Il nostro Mezzogiorno, soltanto. Per come è e per come non è. Per quello che non ci piace, ma anche, soprattutto, per quello che vorremmo diventasse. Un luogo straordinario dal quale non si fuggisse più per paura o per rassegnazione, ma nel quale tornare con fiducia ed entusiasmo per dimostrare quanto utile possa essere per il Mezzogiorno l’apporto delle sue persone migliori. Quello che segue è il mio primo post.

L’Italia è il secondo Paese in Europa per produzione di cemento. Negli ultimi vent’anni, in Italia, sono stati urbanizzati oltre 2 milioni di ettari: una superficie quasi pari a tutta la Puglia, la mia regione. Negli ultimi anni, poi, pur in presenza di un vistoso e quasi uniformemente distribuito calo demografico, si è continuato a costruire. Quando la nostra regione, in particolare, per la sua configurazione orografica, dovrebbe fare essenzialmente della prevenzione l’architrave della sua politica urbanistica. Questi primi dati per raccontare il fenomeno del consumo di suolo e quanto esso rappresenti un’insidia rilevante per la nostra Regione e per tutta l’Italia. Come l’antropizzazione sia stata la causa della devastazione di interi territori, da sempre.

Basterebbe ricordare la condizione in cui versano i territori messinesi e siciliani sventrati dai terremoti del secolo scorso che ancora non sono stati integralmente ricostruiti o quelli dell’Irpinia sbriciolatisi negli anni ’60. Ma torniamo in Puglia e nell’Area Metropolitana Terra di Bari. Entro i suoi confini, nel decennio 1990 – 2000, sono stati consumati più di 3500 ettari di suolo fertile. Dal 2001 ad oggi, è cresciuta ancora del 13,2% con il capoluogo che ha aumentato la sua urbanizzazione del 5,7%. A Bari, inoltre, circa l’80% della superficie urbana procapite disponibile è occupata dal cemento, tra immobili e strade. Il nuovo Documento Programmatico Preliminare (Dpp) al nuovo Piano Urbanistico Generale (Pug), già adottato dal Consiglio Comunale, pare prevedere inspiegabilmente la conferma dei 15 milioni di metri cubi già previsti nel Piano Quaroni del 1976, redatto sulla base della stima che prevedeva per Bari una popolazione di circa 600 mila persone, quando, oggi, è all’incirca di 320 mila.

Fermiamoci a riflettere. E facciamoci qualche domanda. Perché si continua a costruire nonostante la popolazione residente sia in calo? Perché si continua a costruire, anche dove non sarebbe possibile farlo, quando non c’è – soprattutto in questa fase di crisi finanziaria – una consistente e trasversale domanda? Perché nonostante le nuove costruzioni i prezzi delle abitazioni restano alti? Perché l’espansione urbana sta coinvolgendo soltanto alcune porzioni di territorio?

Uno dei capolavori del neorealismo italiano, “Le mani sulla città” di Franco Rosi, in fondo, non ci diceva già tutto? Il “palazzo del potere” non è mai crollato, nonostante le frane e gli alluvioni. Si è soltanto, nel tempo, rinsaldato nelle sue fondamenta. Il connubio tra una certa imprenditoria e una certa politica c’è sempre stato. E l’affarismo spregiudicato è come la mafia. Non guarda in faccia a nessuno. Non c’è una preferenza per una ideologia politica. L’unica ideologia è quella di accrescere i propri capitali. Tutti i partiti, infatti, da sempre, sono sensibili al fascino dell’edilizia perché sostenere e favorire l’attività di un imprenditore significa avere una possibilità in più nell’arena della politica. E questo costruttivismo è sinonimo di clientelismo. Anche a Bari, dove abbiamo due consiglieri comunali che, di fatto, sono due “palazzinari”. E in Consiglio Comunale non ci vanno praticamente mai. Dati alla mano, sono i più assenteisti. Ma partecipano e decidono da fuori cosa e come devono votare i consiglieri che stanno dentro. Sia di maggioranza sia di opposizione.

L’urbanistica non può più essere materia per soli tecnici e professionisti. L’urbanistica richiama fortemente al nostro, individuale e collettivo, Diritto alla Città. La Città, per citare Antonio Cederna, è un Bene Comune. E oggi lo stiamo violentando. Con il cemento. Il grigio del calcestruzzo armato è diventato il grigiore di tutti quei cittadini che vorrebbero consumare la propria quotidianità in posti dove etica ed estetica possano convivere senza traumi. La cattiva urbanistica italiana, peraltro, è fortemente testimoniata dalla sistematica violazione delle regole. La cultura dell’illegalità, spesso perpetrata originariamente negli uffici tecnici comunali dove si annida in parte il cancro della corruzione, si riverbera impietosamente negli effetti catastrofici provocati dal dissesto idrogeologico, ma anche nel dilagante abusivismo. In Italia sono presenti oltre otto milioni di immobili. Il 60% risulta costruito prima del 1976. C’è poco da aggiungere e molto da fare: bisogna fermare – ed è la ragione sociale del neonato Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – lo sprawl, la cementificazione selvaggia che trasforma quelli che erano tessuti urbani contigui in unici agglomerati. Bisogna investire prepotentemente nella riqualificazione urbanistica di tutto il patrimonio edilizio di cui disponiamo; efficientarlo energeticamente rendendolo poi autonomo nei fabbisogni con le energie rinnovabili e le smart grids; salvaguardare e valorizzare – come suggerisce anche il mai attuato art. 9 della Costituzione – i nostri patrimoni paesaggistici nei quali sono presenti identità storiche – culturali di pregio per un ecoturismo sostenibile da un lato, e per un ritorno all’agricoltura sociale dall’altro.

Si, esiste un Diritto alla Città. E noi dobbiamo pretendere che questo sia rispettato. A Bari, in Puglia, nel nostro Mezzogiorno logorato dalle “cricche” costituite da politici corrotti, imprenditori spregiudicati e mafiosi. È necessario agire subito. È necessario che il Mezzogiorno lanci la sua sfida all’Italia e all’Europa. Per essere il polo di riferimento culturale e sociale, prima ancora che politico o economico, per un ambientalismo euro – mediterraneo di qualità che punti fortemente sulle principali energie rinnovabili di cui disponiamo: la nostra intelligenza, la nostra creatività e la nostra incapacità alla rassegnazione.

Gli oneri di urbanizzazione

Gli oneri di urbanizzazione, sui nostri territori, hanno lo stesso effetto del boia: giustiziano il paesaggio. E’ dal 2004, ossia da quando è stata istituita la norma statale, che mediante tali oneri si sostiene la spesa corrente. Più oneri e più servizi per la collettività, praticamente. Ma più oneri vuol dire, pure, più densificazione edilizia. La possibilità che le nostre città siano sempre meno impermeabili e sempre più vittime del fenomeno dello sprawl. Il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio è nato anche per questo motivo. Per invertire una tendenza, che è soprattutto culturale. Per dire con fermezza che bisogna puntare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico esistente. Ammettendo, dove possibile, la demolizione e ricostruzione di quegli organismi architettonici fatiscenti sulla base dei più efficienti paradigmi energetici. Evitare che le nostre città siano sempre più grigie a causa del cemento e il grigiore raggiunga gli animi di quanti vorrebbero vivere in contesti urbani dove, nel rispetto delle regole, siano garantite le esigenze della collettività. Dove si attui il Bene Comune.

Condivido, pertanto, il post di Pippo:

Il documento lo trovate qui.

L’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente è consentito solo fino all’esercizio 2012.

E quindi:

Con il riferimento alla costruzione dei bilanci pluriennali del 2013 e del 2014 non sarà possibile prevedere che una quota di oneri di urbanizzazione venga destinata a finanziare la parte corrente del bilancio.

Non male: la battaglia per ridurre il consumo di suolo prosegue. Speriamo solo che non intervenga, nel corso dell’anno, il solito decreto che cambia tutto. Nello stesso tempo, e va detto a caratteri cubitali, è chiaro che i Comuni devono poter disporre di maggiori risorse, perché sono allo stremo delle forze. Soprattutto quelli virtuosi. E il paradosso, in questo caso, fa molto male. Lasciare l’Imu ai Comuni (e non solo una sua parte, come accade ora) in prospettiva potrebbe essere una soluzione (a proposito di federalismo, oltretutto). Cambiare il patto di stabilità (una buona volta) sarebbe, invece, urgente. Chissà che Monti non ci stia già pensando.

Patrimoni dell’umanità

Marco Boschini è un assessore di un piccolo comune in provincia di Parma, da tempo persona attenta alle problematiche ambientali ed energetiche, affrontate in modo assai propositivo e innovativo, coerente alla filosofia che non prevede un pericolosissimo consumo del territorio da parte di incalliti speculatori per fini economici, promuove piuttosto interventi volti alla rigenerazione di tessuti urbani degradati utilizzando e reimpiegando, con il massimo del riciclo possibile, risorse altrimenti scartate.

E’ il presidente dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, nonchè sostenitore del Movimento per la Decrescita Felice.

Ha scritto una nota importante, rivolta anche al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Leggiamola insieme.

Il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della cerimonia che ha visto assegnare alle Dolomiti l’importantissimo riconoscimento di “patrimonio dell’umanità”, ci ha ricordato che l’Italia è un territorio le cui ricchezze storiche, paesaggistiche e culturali, sono da tutelare e valorizzare.

Peccato che l’ultimo rapporto a cura del WWF Italia “2009, L’anno del cemento”, ci dica che negli ultimi 15 anni 3,5 milioni di ettari di territorio sono stati divorati dal cemento.

Un territorio quasi saturo, frammentato, cosparso a macchia d’olio da case, strade e capannoni, una specie di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli, divorati dal cemento negli ultimi 15 anni (una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme, a un ritmo di 244000 ettari all’anno).

Oltre 8.000 comuni e 8.000 piani regolatori diversi, 12,8 milioni di edifici, 27 milioni di unità abitative (per il 20% non abitate!) e una serie di piani casa in corso di definizione.

Il tutto collegato da più di 200.000 km di strade che frammentano il territorio come fosse un mosaico, e un piano di infrastrutture strategiche (la Legge Obiettivo) che danneggerebbe 84 aree protette e 192 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), tutelati dall’Unione Europea.

Mentre dall’altro lato la crescita demografica limitata se non assente (a Palermo la popolazione é aumentata del 50%, l’urbanizzazione del 200%). E’ l’impietosa fotografia sull’Italia scattata nel dossier “2009 L’anno del Cemento”, a cura del WWF con contributi di Bernardino Romano e Corrado Battisti dell’Università dell’Aquila.

Ora, ciò che mi chiedo io, è se la persona che scrive i discorsi del nostro Presidente sia mai uscito di casa negli ultimi tempi; se abbia mai preso un treno, o si sia infilato in una qualche coda a caso di una qualsiasi tangenziale cittadina all’ora di punta (cioè sempre…), magari sporgendosi dal finestrino (meglio se dotato di mascherina), magari posando lo sguardo sul territorio circostante…

Perché qui i casi sono due: o siamo di fronte alla classica retorica ipocrita che accompagna il 98% degli appuntamenti in pompa magna di questo tipo o, davvero, la massima carica istituzionale del nostro Paese parla di una nazione che, in estrema sintesi, non esiste. Non più, almeno.

Il territorio libero (si calcola che in Italia sia solo il 14% della superficie complessiva) non é solo un bel paesaggio da guardare dal finestrino della propria auto (blu!), ma é condizione imprescindibile per mantenere gli ecosistemi vitali e garantire quei servizi, indispensabili anche per l’uomo, che sono in grado di offrire (acqua, aria, cibo, protezione).

Signor Presidente, quando ha un pò di tempo, si faccia un giro dalle parti di Cassinetta di Lugagnano (MI), e chieda del sindaco Domenico Finiguerra. Le potrà raccontare di quell’Italia di cui lei, inconsapevolmente, ha parlato stamane.

Dove amministratori illuminati e di buon senso hanno scelto di interrompere la cementificazione del territorio, rimboccandosi le maniche giorno dopo giorno, per considerare patrimonio dell’umanità ogni benedetto metro quadro rimasto libero dallo scempio della speculazione edilizia.

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