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L’eredità della “Woodstock di Copacabana”

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“Bota Fé”. “Metti Fede”. E’ questo uno degli slogan che più rimarrà, probabilmente, impresso nel cuore dei milioni di giovani che hanno partecipato alla 28esima Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Rio de Janeiro. La fede come chiave di volta per scardinare le serrature dell’indifferenza che lascia chiuse le porte a diverse generazioni di ragazzi che si sentono esclusi dalla società contemporanea. Ma vivere la fede, agire nel quotidiano con fede, è una sfida. Non affatto facile da intraprendere. Né possiamo negare l’intensità odierna della delusione, della confusione e dello smarrimento. Non credo di essere l’unico che vorrebbe essere circondato da punti di riferimento sociali, culturali e morali credibili e coerenti che possano con i propri atteggiamenti fornire lungimiranti esempi. Non tutti hanno la forza di trovarla in sé stessi. E proprio all’entusiasmo che sarebbe necessario come indumento per vestire il mondo di una nuova speranza, ha fatto riferimento, più volte, non soltanto nel corso della Veglia di sabato, Papa Francesco rivolgendosi ai milioni di partecipanti.

“Gesù, la Chiesa e il Papa contano su di voi per demolire il male e la violenza, per abbattere le barriere dell’egoismo, dell’intolleranza dell’odio e per edificare un mondo nuovo. La Chiesa ha bisogno di voi, dell’entusiasmo, della creatività e della gioia che vi caratterizzano. Cari giovani, sentite la compagnia dell’intera Chiesa e anche la comunione dei Santi in questa missione. Quando affrontiamo insieme le sfide, allora siamo forti, scopriamo risorse che non sapevamo di avere. Gesù non ha chiamato gli Apostoli a vivere isolati, li ha chiamati per formare un gruppo, una comunità. Quello di Gesù agli Apostoli, quando li inviò ad annunciare il Vangelo, è un comando che, non nasce dalla volontà di dominio o di potere, ma dalla forza dell’amore. Gesù non ci tratta da schiavi, ma da uomini liberi, da amici, da fratelli; e non solo ci invia, ma ci accompagna. E’ sempre accanto a noi in questa missione d’amore”.

Fiducia, speranza, amore, convivialità delle differenze, accoglienza, generosità, disponibilità a spendersi insieme per qualcosa di più grande che possa produrre una felicità condivisa ed universale. Con gesti che, spesso, producono suggestioni più significative di mille parole. Ma ci sono parole ed espressioni che non si ascoltavano da tempo e che determineranno nuove aspettative. Alimenteranno nuove concretissime utopie di cambiamento che non potranno essere deluse. Pietre miliari, forse, di un nuovo percorso che avrà un senso se condurrà ciascuno di noi, in una rinnovata collegialità intergenerazionale, a modificare i paradigmi verbali e comportamenti con i quali ha sempre convissuto per inaugarne degli altri, senza retorica o ipocrisie, orientati all’inclusione di tutti quelli che oggi, a causa soprattutto della disoccupazione, si sentono soggetti inutili.

Ecco la vera eredità di questa “Woodstock della Fede”: è la speranza che le cose possano cambiare e che possano cambiare per davvero, sull’impulso determinante e fondamentale delle più giovani generazioni chiamate ad agire con entusiasmo e corresponsabilità, con passione e tenacia, ciascuno nel proprio quotidiano e alla propria latitudine. Dopo questa Gmg, primo vero banco di prova per Papa Francesco, la Chiesa e il Vaticano non saranno più la stessa cosa. Il Papa forse più “laico” di sempre lo ha fatto intendere chiaramente. Vuole un’Istituzione trasparente, aperta ai poveri, ai sofferenti e ai bisognosi. Una Chiesa inclusiva, accogliente ed ospitale che sappia scatenare una nuova evangelizzazione non trasfigurando o sminuendo le emergenze sociali del nostro tempo e i temi più scottanti. “Francesco è con e per i giovani”, dice Don Luigi. L’appuntamento è a Cracovia, nel 2016.

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(Col cuore) in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù

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Inizia domani la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio De Janeiro. L’edizione 2013 sarà ricordata anche e soprattutto per essere la prima di Papa Francesco che porterà nel paese carioca tutta la sua energia e vitalità, atteso da milioni di giovani provenienti da tutto il mondo con un entusiasmo incredibile. Sono dispiaciuto per aver perso questa occasione che reputo sarà un evento storico e che resta un’esperienza indimenticabile, non solo di fede, per chi vi partecipa. Due anni fa ho partecipato alla 26esima Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi a Madrid, in quei giorni attraversata dalle vibranti proteste degli indignados che non hanno visto favorevolmente l’arrivo in terra iberica di oltre un milione di giovani.

Tra i tanti momenti suggestivi ed emozionanti, sicuramente la veglia dell’ultima notte è quella che scolpisce il cuore dei partecipanti. A Madrid il rito fu contraddistinto da un diluvio universale e nonostante il successivo disagio di dormire in tende pressoché infangate, non si sollevò alcuna protesta ma anzi fu fortissima, in tutti, la percezione della presenza dello Spirito Santo che unì, nella fede e nella prossimità, sensibilità e culture cosi diverse e cosi lontane. Tornammo a casa, lo ricordo bene, stravolti per la stanchezza, ma con una gioia e una felicità – oserei dire pulsante in ogni parte del corpo  – che, purtroppo, nessuna parola, forse, potrà rendere efficamente.

E’ con questa dolcezza d’animo e con questa fede che abbraccio idealmente tutti gli amici e conoscenti della mia città che vivranno quest’esperienza straordinaria di umanità e di convivialità.

L’armonia è fatta dallo Spirito Santo, che solo può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo fare l’unità. Perché quando siamo noi a voler fare la diversità facciamo gli scismi e quando siamo noi a voler fare l’unità facciamo l’uniformità, l’omologazione.

Ior e pedofilia: il coraggio di Papa Francesco

Se avere coraggio significa “agire col cuore” , Papa Francesco ne ha. Vuole riformare la Curia. Risolvendo il problema della pedofilia – non nascondendo più, come ha già iniziato a fare, il potere dannoso della lobby gay – e rendendo trasparente lo Ior, la Banca del Vaticano. Vuole semplificarne la gestione. Vorrebbe “far entrare il Vangelo nell’Istituto per le Opere di Religione”.

Come scrive Daniele Protti, ci sarebbe da preoccuparsi, però. La Banca Vaticana, che non poche preoccupazioni ha dato a Ratzinger, infatti,  è opaca quasi per definizione, perché praticamente da sempre garantisce l’anonimato ai propri soci legittimando uno dei dubbi peggiori: che possano essere accolti capitali dalla provenienza criminale o documenti strategici per l’assetto delle Istituzioni sottratti da persone affiliate a organizzazioni eversive come la massoneria.

E poi c’è la piaga dei preti pedofili. Una parentesi, probabilmente, non ancora, purtroppo, chiusa del tutto. Con questa notizia che, se confermata nei fatti nelle prossime settimane, chissà quali reazioni potrebbe scatenare.

Ma Papa Francesco, in questi primi mesi, con la semplicità e l’umiltà dei suoi gesti, a corroborare una dialettica chiara per essere davvero vicino ai fedeli di tutto il mondo e soprattutto ai “senza diritti”, ha creato un contagio positivo. Genera, pertanto, ancora più ammirazione una scelta simile. Il pane quotidiano, simbolo universale di carità e di fratellanza – parafrasando questo titolo – si ottiene dalle “briciole di umanità”. Per una civiltà sazia di valori rinnovati.

P.s. Da qui tutti i post con il tag “Vaticano“.

Oggi, 8 anni fa: Giovanni Paolo II

Habemus Papam! Francesco I

“Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum Giorgio Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio, qui sibi nomen imposuit Francisco I”.

La sorpresa, alla fine, è arrivata. Uno dei cardinali meno gettonati, l’argentino di origini italiane Jorge Mario Bergoglio – visto i nomi fatti negli ultimi giorni – è diventato il 266° successore di Pietro. Il nuovo Vescovo di Roma, sconfitto nel 2005 da colui che diventò Benedetto XVI, affacciatosi sul balcone con una croce di ferro battuto al collo e dimostrando subito una limpida spontaneità, ha colpito molto, non solo i fedeli ma anche gli opinionisti di tutto il mondo. Come si evince dai primi articoli di stampa già disponibili online. Stupisce, inoltre, oltre al coraggio che lo ha portato a scegliere l’appellativo assai evocativo di Francesco – cosa mai accaduta nella Storia – la forte personalità dimostrata, tipica dei gesuiti, fusa nella visione di fratellanza cristiana che la Chiesa deve ritornare a frequentare. E’ stato, infatti, il richiamo a questo valore, insieme a quello, ben inteso, della collegialità delle scelte, la prima dimostrazione della volontà di lavorare per riformare la Curia, scardinando quel sistema di potere corrotto e poco esemplare che ha rappresentato uno dei motivi, probabili, delle dimissioni di Joseph Ratzinger.

Il nuovo Pontefice, cardinale di Buenos Aires e sostenitore di un’evangelizzazione spinta che avviene nelle strade vissute da chi ha scelto di non andare più in chiesa, pare sia molto sensibile ai diritti dei poveri, dei più fragili, degli ultimi.

“Il nuovo imperialismo del denaro toglie di mezzo addirittura il lavoro, che è il modo in cui si esprime la dignità dell’uomo, la sua creatività, che è l’immagine di Dio. L’economia speculativa insegue l’idolo del denaro che si produce da se stesso. Per questo non si hanno remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori”.

In più occasioni, inoltre, con espressioni molto severe e rigide, ha contestato il vizio della “vanità” della Curia Romana.

La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa.

Tutti felici e contenti, quindi, per questa elezione che in molti gonfia il cuore di fede e di speranza per l’avvenire? Purtroppo no. Perché, legittimamente, è stata immediatamente ricordata questa “brutta storia“. (Smentita, nella sostanza, da questo articolo del Corriere della Sera). Non conoscendo bene, approfonditamente, la vicenda, non posso giudicarla. Mi può amareggiare, certamente.

Posso solo evidenziare, in conclusione, un aspetto. Trovo indecente – da cittadino, prima che da cristiano – l’atteggiamento di quanti si comportano da tuttologi, in ogni situazione, e non mostrano alcuna prudenza, oltre che rispetto per chi può pensarla diversamente, prima di parlare. Senza informarsi accuratamente prima di emettere parole che risuonano già come sentenze inappellabili.

In questo “mare magnum”, nel mezzo, ci siamo noi. Ciascuno ritrovi la propria fede. Per non naufragare in questo oceano di egoismi e di individualismi. Perché la salvezza è possibile, senza alcuna ipocrisia, soltanto se condividiamo la scialuppa della fratellanza.

Il nuovo Papa

A differenza di quel che avvenne nel 2005, quando fu eletto il cardinale tedesco Joseph Ratzinger, il Conclave che inizia nel pomeriggio è segnato da grande incertezza. Non solo perché sembra mancare una figura idonea, unanimemente riconosciuta, a governare la Chiesa; ma proprio perché in questi ultimi anni l’Istituzione del Vaticano, danneggiando la Chiesa, è stata profondamente dilaniata dagli scandali come “Vatileaks” (anche qui), dalla pedofilia/omosessualità del clero e dalla gestione poco trasparente dello Ior. Il Conclave che si apre, inoltre, sarà il primo con un Pontefice ancora in vita, essendosi reso necessario per la storica decisione di Benedetto XVI di dimettersi “per il bene della Chiesa”. Non sappiamo quanto abbiano inciso i suddetti scandali nella decisione del grande teologo e cosa troverà scritto il nuovo Pontefice nella relazione predisposta dai tre “oo7 porporati” sullo stato di salute, soprattutto, della Curia romana afflitta da una corruzione, anche morale, senza precedenti. Ma è indubbio, però, che la svolta che si attende sia epocale. Per una sfida globale senza precedenti. La speranza di molti è che il nuovo Papa – non pochi, me compreso, vorrebbero che fosse eletto l’americano cardinale francescano Sean O’Malley, per l’umanità e il coraggio, la concretezza e l’onestà intellettuale dimostrate – sappia non solo riformare il Vaticano (ossia “convertire” quelle componenti che “hanno deturpato il volto della Chiesa”) privandolo di tutti quegli sfarzi e lussi immorali restituendo dignità ed etica, sobrietà e senso della misura; ma possa, con un linguaggio carismatico e davvero comunicativo, conciliarsi e confrontarsi pacificamente, nello spirito francescano, con le altre religioni e sui temi della contemporaneità socialmente più delicati: diritti civili e sociali, su tutti. Non sappiamo cosa accadrà, ma sperare, con fede, in un cambiamento possibile, è doveroso. Nell’interesse non di una parte di mondo. Ma per l’amore fraterno che dobbiamo testimoniare, quotidianamente e corresponsabilmente, verso tutti. Il cambiamento non può esserci se prima di tutto non cambiamo noi, accogliendo il prossimo.

Benedetto XVI si dimette: il suo discorso

“Carissimi Fratelli – ha detto il Papa ai cardinali – vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. “Sono ben consapevole – ha aggiunto – che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. “Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”. Il Conclave potrà dunque tenersi nel mese di marzo.

Del migrante e del rifugiato

Ieri è stata la Giornata Mondiale. Quest’anno è stata festeggiata a Bari, promossa dall’Associazione Migrantes. Queste le parole del Pontefice. Il quale, in particolare, si è soffermato sulla parola “speranza”. Che è una bellissima parola perché evoca il futuro. Ma i migranti che sbarcano sulle nostre coste, ora a Lampedusa ora sui lidi salentini, proprio per costruirselo un futuro, a dispetto di un presente infernale e di guerra da cui spesso scappano, comprendono subito che in Italia per loro non c’è speranza. E lo capiscono ancora meglio quando, pur non essendo colpevoli di nessun reato, finiscono nei Cie. O se ne commettono qualcuno, fosse solo perché mossi dalla disperazione, finiscono in carcere, che notoriamente nel nostro Paese sono luoghi accoglienti ed ospitali (eufemismo). Dal Cie alle carceri. Da lager occulti dove i diritti umani non sono frequentati e intorno ai quali c’è una grande indifferenza a lager tollerati ed istituzionalizzati dove la violazione dei diritti non fa notizia e manco scandalo, fino a quando poi arrivano condanne europee.  Ecco, se di speranza dobbiamo parlare, che sia vera speranza. Piena, reale, convinta. Soprattutto condivisa, col fine di avere una società a misura dei desideri e della dignità di chiunque. Altrimenti è ipocrisia.

Don Tonino, mi manchi tanto!

Il 20 aprile 1993 moriva a Molfetta Don Tonino Bello. Un prete ed un uomo straordinario che non ho mai avuto il piacere di ascoltare dal vivo e di incontrare fisicamente, ma che ho imparato a conoscere e ad amare attraverso il racconto di chi lo ha incrociato nel proprio destino, e mediante le sue parole. Ha fatto del Vangelo il suo pane quotidiano, lo ha praticato quotidianamente con una coerenza mirabile, ostentando un’ umanità e una prossimità rare. Il prossimo o l’Altro era per lui uno specchio nel quale bisognava riflettersi, per poter lealmente e gioiosamente esaltare quella “convivialità delle differenze” per cui ciascuno poi può diventare “un’arca di pace e non un arco di guerra”. A questo proposito, è notissimo il suo impegno a favore dei migranti e degli ultimi. In particolare colpì profondamente per la sua tenacia all’inizio degli anni ’90 quando la Puglia fu invasa dagli albanesi. Lui predicò il valore dell’accoglienza. Il dono dell’incontro. Da vivere senza pregiudizi di sorta. Oggi il suo esempio, la sua bontà, la sua umanità, il suo carisma, sarebbero utilissimi in questa società logorata dagli egoismi e dagli individualismi, sfibrata da una carestia valoriale e di moralità in ragione della quale l’Altro è quasi criminalizzato per definizione e nessuno sa parlare con sincerità al cuore delle persone. Non alla testa o alla pancia. Al cuore. E questo si traduce, per la mia generazioni e per quelle ancora più giovani, in una mancanza di speranza e di fiducia verso il futuro. La nostra catarsi sociale può avvenire, senza perdersi d’animo, anche facendo tesoro dei suoi insegnamenti e restituendo dignità all’umanità che costituisce la nostra quotidianità.

Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita. Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche Tu abbia un’ala soltanto; l’altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che Tu non vuoi volare senza di me: per questo mi hai dato la vita, perché io fossi tuo compagno di volo. Insegnami, allora, a librarmi con Te, perché vivere non è trascinare la vita, non è strapparla, non è rosicchiarla, vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento. Vivere è assaporare l’avventura della libertà. Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia  di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te. Ma non basta saper volare con Te, Signore. Tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare. Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.

L’oscenità del Potere del Vaticano

L’ultima puntata de “Gli Intoccabili”, soprattutto per la parte conclusiva dedicata alla corruzione morale che sta attraversando con veemenza i corridoi del Vaticano, mi ha lasciato una certa inquietudine. Non bisogna essere ferventi cristiani, infatti, per essere preoccupati per le notizie che ci raccontano dell’attuale regressione morale che ha investito il clero. Lo Stato del Vaticano, per quanto estero e per quanto vincolato all’Italia dai Patti Lateranensi che non sono mai stati rispettati integralmente da ambo le parti, non è uno Stato come gli altri. Piaccia o non piaccia, anche psicologicamente, “i fatti della Curia” hanno sempre avuto una certa presa sui cittadini fedeli al cristianesimo come pure una certa influenza sulle italiche vicende. La puntata e le rivelazioni delle ultime settimane mi hanno fatto tornare in mente una serie di dubbi e di interrogativi che mi accompagnano da qualche anno, da quando con l’associazione di cui faccio parte, la Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, ho invitato a Bari per alcuni convegni dedicati ai temi della legalità, illustri testimoni del nostro tempo come Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino. E spesso, avendo letto moltissimi libri in questi anni ed essendo un ragazzo curioso che attraverso la storia del suo Paese cerca di comprendere meglio come mai le mafie non siano mai state debellate – e a causa delle quali oggi l’Italia non è proprio un bel posto –  nei nostri discorsi è finito lo Ior, la Banca Vaticana, per essere stato il luogo nel quale sono confluiti gli interessi di una certa mafia, di una certa massoneria, di una certa politica, di una certa economia, a partire dagli anni ’70 – ’80. Storie, tra loro interconnesse dal sangue, di un Paese che non ha quasi mai conosciuto la verità.

Il seguente pensiero, lo sottolineo a scanso di equivoci, è un mio pensiero che dagli illustri interlocutori non è mai stato confutato e supportato in alcuna maniera. E poggia su alcuni fatti storici accertati che mai sono stati smentiti. E su altri che dovranno necessariamente essere valutati. Ma intanto sono proposti per invitare alla discussione e alla riflessione.

Faccio una premessa storica. In Sicilia, dopo la seconda guerra mondiale, i primi picciotti, sostenuti dagli americani che temevano una possibile ascesa politica dei comunisti, si organizzarono elettoralmente iniziando a sostenere in modo stabile la Democrazia Cristiana. Che infatti sull’isola ha sempre avuto una fertilissima tradizione. E un consenso notevole. E’ degli anni ’50 la strage di Portella della Ginestra, una delle prime stragi mafiose, dove i sindacalisti a difesa dei contadini, come Placido Rizzotto, vennero trucidati violentamente, per aver osato alzare la testa contro certi soprusi per difendere i diritti dei lavoratori. In quegli anni era (già) Ministro dell’Interno un giovanissimo Giulio Andreotti. Il quale in poco tempo divenne il plenipotenziario del partito “amico della Chiesa” e non pochi erano i suoi fedelissimi in Sicilia. Organizzati, dagli anni ’70, in una corrente (quelle attuali, in confronto, sono spifferi!) poichè iniziavano a farsi largo le tesi politiche anche di altri esponenti politici, su tutti Aldo Moro. Sono gli anni del Terrorismo. Sono gli anni della P2. Sono gli anni del superpotere mafioso di Cosa Nostra. Il cui capo è Stefano Bontate. Si scoprirà, poi, che questi era iscritto alla loggia massonica P2.  Un mafioso massone. Inquietante. Alla P2 pare che fosse iscritto pure il cardinale Marcinkus, storico presidente dello Ior.

Il triangolo perverso, pertanto, sembra essere questo: membri di una certa Dc, membri di una certa Cosa Nostra e membri di un certo Vaticano iscritti alla massoneria e con l’interesse di affidare allo Ior i propri capitali, essendo questo un istituto invalicabile e coperto da segreti inespugnabili, trattandosi, peraltro, di uno Stato estero. Nel giro di pochi anni furono uccisi Aldo Moro (a causa del “Compromesso Storico”?), Pio La Torre e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non sono state stragi “normali”, ossia per gli esecutori storicamente riconosciuti, ma per i mandanti politici che non si sono mai scoperti e per come esse sono maturate. Per la valenza che hanno avuto. Il Principe, ossia il potere della classe dirigente, che era sovrapposto in non pochi casi al trasversale potere criminale, da queste efferatezze ne è uscito potenziato.  Non voglio, però, ora approfondire questioni pur importanti e delicatissime riguardanti il connubio tra la politica e le mafie, sulle quali potrò anche tornarci con un altro post – nel ventennale delle stragi del 1992 – ma soffermarmi sul Vaticano. Sulla Santa Sede che non deve essere confusa con la Chiesa.

La Chiesa siamo noi tutti. La Chiesa sono le persone umili, pulite e spontanee che si ritrovano nelle parrocchie per testimoniare e difendere la propria fede. La Chiesa è Don Lorenzo Milani, è Don Primo Mazzolari, è Don Pino Puglisi, è Don Peppe Diana, è Don Tonino Bello, è Don Andrea Gallo, è Don Paolo Farinella, e i tanti che ora non ricordo ma che esistono. Il Vaticano è un’altra cosa. La Curia è l’organo politico – decisionale che non ha nulla da invidiare al peggior organo politico parlamentare. E’ di questo che voglio parlare.  Ed è di questo che si dovrebbe parlare. Diffusamente. Enormemente. Con serietà, onestà e competenza. Non inventando tesi o facendo supposizioni istintive. Il nostro Paese, sin dalla sua nascita, ha potuto contare essenzialmente su due pilastri storici che mai sono venuti meno: il Vaticano e le Mafie.

Le storie richiamate in questo post e in generale quelle di cui è possibile venire a conoscenza da non pochi e ben scritti volumi (penso a quello scritto ottimamente da Saverio Lodato e da Roberto Scarpinato, il “Ritorno del Principe”) documentano, con grandissimo realismo, sulla base di oggettive convergenze, come queste due realtà non solo si siano parlate nel corso dei decenni, ma come spesso abbiano intrattenuto rapporti mediante rispettivi componenti, per una questione di potere. Maledettissimo potere. Influenzando vicendevolmente e piegando più agevolmente, con la complicità di corrotti ed infedeli amministratori, l’ordine democratico repubblicano. E’ l”oscenità del potere. L’ob-scenum: il fuori dalla scena. Quella a cui assistono gli italiani sarebbe, perciò, una grandissima messa in scena, una rappresentazione fittizia, finta e menzogniera con protagonisti un manipolo di servi e di furbi. Il vero potere, quello che ha ucciso, forse,  i migliori italiani che il Paese abbia mai avuto, e che continua a muovere le pedine a piacimento e sulla base delle convenienze, è osceno. Non si vede. Ma c’è. Mai, fino ad oggi, per esempio, documenti curiali sono stati consegnati ai giornalisti affinchè fossero pubblicati con il preciso intento di denunciare la corruzione morale e il demonio che vive in certi porporati e nelle più alte sfere della Santa Sede. Qualcuno, probabilmente, se certe denunce dovessero proseguire o dovessero salire di livello, potrebbe iniziare ad avere paura. Ma ormai il dato è tratto. Non si può tornare indietro. Il vaso di pandora è stato scoperchiato. Che Dio aiuti la Chiesa. Che Dio ci aiuti.

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