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God bless America

God bless America

In tutti gli Stati Uniti, dopo la strage di bambini nella scuola elementare del piccolo paesino americano del Connecticut, non si parla di altro: della possibilità di ridurre drasticamente la vendita di armi. Per il regista Michael Moore, autore di Bowling for Columbine, “il modo migliore per onorare quei bambini morti è chiedere un rigido controllo sulle armi e un’assistenza psichiatrica gratuita”. Di un team davvero bravo di psichiatri ne avrebbe bisogno, forse, Larry Pratt, direttore esecutivo di Gun Owners of America, che ha contrattaccato sostenendo che più armi avrebbero impedito il massacro. “Leggi federali e statali insieme”, ha spiegato, “fanno in modo che nessun maestro, nessun amministratore, nessun adulto della scuola di Newtown avesse una pistola. Questa tragedia indica l’urgenza di eliminare il divieto di armi nelle aree educative”. Ci auguriamo, caldamente, perciò, che il manager non debba piangere un giorno la morte di un proprio familiare o amico a causa della follia di una persona instabile. Il mondo non può continuare ad essere un arco di guerra, ma deve diventare necessariamente un’arca di pace. Dobbiamo lavorare per la pace, tutti. Non abbiamo altre scelte.

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Quanto vale la vita di un bambino, Barack?

Sono sconvolto. Negli Stati Uniti del riconfermato Presidente  – e Nobel per la Pace – Barack Obama, ieri, in una scuola elementare di un paesino del Connecticut a 130 km da New York, un ragazzo di circa vent’anni ha fatto una strage di bambini. Ne ha uccisi venti. Più altri sei tra docenti, preside e psicologo. Tra le vittime anche i propri genitori. In attesa di conoscere i motivi di questa ennesima follia americana, non essendo la prima volta che si verificano questi massacri dolorosi e inspiegabili, la domanda, retorica e universale allo stesso tempo già formulata miliardi di volte, è: quanti altri bambini e in generale quante altre persone innocenti devono morire inutilmente nel Paese più potente del mondo che pensa di poter “esportare la democrazia” laddove manchi? E’ democratico un Paese dove sono reiterati questi inumani atti terroristici? E’ degno di autorevolezza un Paese in cui tutto il Congresso e la stessa Casa Bianca, praticamente da sempre, a prescindere dal nome del suo inquilino, sono sotto il ricatto delle lobby delle armi? E’ civile una Nazione in cui è più facile, per chiunque, comprare un fucile che una canna da pesca? Quanto vale, negli Usa, la vita di un bambino? Barack, sai dircelo, quanto vale? Vale zero, oggi? O ha il prezzo di una pallottola? La vita di un bambino deve avere un valore inestimabile. I nostri Paesi, da tempo, non sono a misura di bambini. Se sapessimo guardare la realtà con il loro sguardo, con la loro ingenuità e la loro freschezza, con la loro semplicità ed innocenza, saremmo molto meno patetici, ridicoli, bastardi. E faremmo tutto il possibile, e anche l’impossibile, per evitare queste tragedie che non appartengono solo alla comunità americana, ma a tutti quelli che nel mondo sognano un mondo migliore. Oggi il dream americano ha lasciato spazio al peggior incubo che, però, si sta vivendo ad occhi aperti. Occhi tristi e gonfi di lacrime di dolore.

Giornata della memoria. Colombo: "la Shoah, un delitto tutto italiano"

“La domanda è se un “Giorno della Memoria” serve; se non è un meccanismo di ripetizione, che evoca un evento, ma esenta dal partecipare in prima persona. Basta l’automatismo della data, un minimo di rispettosa citazione per aver compiuto un dovere. Se quel dovere non c’era, più o meno, tutto andava avanti come prima: buoni, cattivi, un’immensa zona grigia. Quel che è stato è stato e ci pensa la storia che, comunque, in momenti diversi viene riscritta. So che la domanda “serve un Giorno della Memoria?” è inutile, perché gettata nel vuoto. Ma ho voluto ripeterla perché sono il proponente e autore di quella legge. E perché la domanda viene proposta davvero. E non solo da persone irritate che hanno voglia di ricordare altre cose. Ma anche — con profonda buona fede — da persone che temono che un’iniziativa, buona quanto si vuole, sia però o sbagliata o inutile.”

Così scrive l’onorevole Furio Colombo per il quale il “Giorno della Memoria” ha rappresentato il principale impegno quando era deputato dell’Ulivo nella tredicesima legislatura (maggioranza centrosinistra e governi Prodi, D’Alema e Amato) Camera e Senato hanno votato la prima legge italiana per l’istituzione di un Giorno della Memoria.
Unica legge approvata all’unanimità ha come punto di riferimento la Shoah, insieme al ricordo di tutti coloro che hanno pagato con la vita la loro coraggiosa opposizione politica o la loro presunta diversità.

Che significato doveva avere istituire questa giornata?
Interrompere il cerchio secondo cui la Shoah era parte della guerra e dentro la guerra. Un capitolo della cattiveria dei tedeschi quindi. Dal canto loro film, bibliografia e il lungo silenzio dei supersiti e dei sopravvissuti ci aveva persuaso che si trattasse di un delitto tedesco.
C’era chi diceva che i tedeschi si erano comportati male, per alcuni era stata una grande ingiustizia per altri un orrendo progetto nei confronti degli Ebrei. L’idea insomma era che fosse stato un delitto commesso da altri. Nella mia prima proposta (caduta per il cambio della data) ho subìto un violento fuoco di sbarramento da parte di Forza Italia e da molta An ma anche sussurri e grida di una parte della sinistra che temeva la glorificazione a favore di Israele.

Perché in Italia?
Allora l’obiezione principale alla quale ho dovuto fare fronte era che anche nei gulag sovietici erano stati compiuti delitti così come nelle foibe. Mi suggerivano quindi di promuovere una giornata per ricordare tutte le vittime assieme. A questa corrente di pensiero ho sempre risposto che stavo parlando, piuttosto, di un delitto tutto italiano perché le leggi nei confronti degli Ebrei, nella loro formulazione, sono state persino più gravi di quelle tedesche. Di certo sono state diverse le modalità operative nell’applicarle ma l’ Italia è stata complice dello sterminio perché di fatto si privavano i cittadini ebrei-italiani (in contrasto con lo statuto Albertino allora in vigore) di qualsiasi diritto civile umano e giuridico.
Istituire un “Giorno della Memoria” ha significato illuminare un delitto tutto italiano perpetrato in pieno ventesimo secolo interrompendo la malformazione e l’illusione che si trattasse solo di una immane cattiveria tedesca.

Ha ancora senso celebrare un “Giorno della Memoria”?
Ha certamente senso a giudicare dalla scarsità di informazioni e l’incapacità delle scuole di insegnare ciò che è accaduto. Ha senso anche perché siamo stati testimoni del negazionismo di laici e religiosi impegnati nel tentativo di fingere che tutto quanto non fosse accaduto. Un tentativo sempre in agguato.

Dal suo punto di vista esiste una connessione tra quello che è accaduto con le leggi razziali e ciò che potrebbe accadere nel nostro Paese rispetto ai fatti di razzismo e xenofobia?
Molto prima di ciò che chiamiamo Olocausto Paesi come Francia, Germania e gli stessi Stati Uniti sono stati percorsi da piccoli episodi di antisemitismo che hanno più o meno attraversato tutto il mondo occidentale anche se l’ideologia politica li ha cristallizzati solo in Germania e in Italia. Prima era un brulicare di episodi definiti “non così gravi”. Ma in realtà erano segni premonitori del successivo sterminio; le leggi razziali non avvengono di colpo ma gradualmente e attraverso il peggioramento della condizione dell’ umanità.
Il pericolo è sempre in agguato perché fatti erroneamente considerati sporadici vengono sottoposti ad una politicizzazione che nasconde l’esplosione dell’evento stesso.

Spesso si considera l’Italia un Paese senza Memoria. Che peso ha in questo l’informazione?
Per una volta cambierei il capo di imputazione nel senso che l’informazione per sua natura si nutre di attualità e non di memoria. Ma la vera colpa del sistema dell’informazione è che se avvengono tre gravi fatti razziali è come se fossero isolati. Viene accreditata l’idea che sia solo colpa di balordi e che non sussista alcun legame tra quanto è accaduto. Ogni volta l’informazione è come se ricominciasse da capo. I fatti di Rosarno oggi sembrano ormai lontanissimi e se accadessero situazioni simili potremmo contare, forse, al massimo su di un inciso tipo “come accaduto a Rosarno”.
Ecco quindi personalmente all’ informazione in particolare quella televisiva rimprovero l’assoluta mancanza di sistematicità. La mancanza di memoria invece è una grave colpa della scuola italiana.

Giornata della memoria. Colombo: “la Shoah, un delitto tutto italiano”, Elisabetta Reguitti per Articolo 21

Rosarno: la rabbia e la verità

Quest’Italia bacchettona e razzista ha scoperto finalmente, come svegliata da un sonno profondo, che i migranti sono uomini, molto più uomini di tanti italiani vigliacchi e servili. Lo hanno scoperto all’improvviso, solo perché la tv ha deciso di dare spazio alla notizia della ribellione dei lavoratori immigrati di Rosarno. Una ribellione non nuova. La terza ribellione in Italia dopo quella di Castel Volturno, in Campania, nel settembre del 2008, e quella successiva, sempre a Rosarno, nel dicembre dello stesso anno. Se quello campano è stato il caso più eclatante, seguito al barbaro assassinio di sei onesti lavoratori africani da parte della camorra, le due rivolte di Rosarno sono la risposta fiera e coraggiosa agli atti di violenza subiti dagli immigrati, rei di lavorare e di essere visibili, di chiedere i loro diritti.

Conosco molti ragazzi africani che vivono e lavorano nelle campagne rosarnesi, alcuni hanno potuto affittare una casa, altri dormono all’addiaccio nei campi o nei casolari o dentro il famoso capannone abbandonato. Ho parlato con alcuni di loro, in questi anni e mesi, mi hanno descritto l’inferno in cui vivono, l’ambiente ostile, violento, irrimediabilmente marchiato dalla presenza capillare della ‘ndrangheta. Ho ascoltato le stesse parole che è possibile leggere nel bel libro curato dal mio amico Antonello Mangano (Gli africani salveranno Rosarno e probabilmente anche l’Italia). Non mi sono mai stupito, perché ormai so bene a quale inferno vanno incontro questi ragazzi d’Africa quando arrivano in Italia. E so bene, anche se fa male sentirglielo dire, che per molti di loro anche questo schifo è sempre meglio che la morte certa o l’assenza di opportunità a cui erano condannati nelle loro terre di origine. Molti di loro sono rifugiati politici, gente che aveva solo una scelta: scappare o morire.

E l’Italia, gli italiani, quelli con l’immagine di “brava gente” esportata in ogni dove, sembravano l’appiglio migliore, l’approdo in cui trovare diritti, solidarietà, comprensione, se non altro per il recente passato di emigrazione che ancora pulsa nelle vene degli italiani. O almeno dovrebbe, visto che la realtà ci racconta di un passato di cui non si ha memoria. Questi ragazzi vengono qui e ricominciano tutto, lontani da casa, affetti, dal profumo di una terra incantevole che sono stati costretti ad accantonare. Si rimboccano le maniche e si mettono al lavoro, mentre i nostri giovani tengono le chiappe bene al caldo e frignano per un telefonino nuovo, per un amore incrinato o per una festa non riuscita. Non è una predica, una paternale, ma di fronte a questi ragazzi africani dovremmo provare vergogna. Vergogna per il silenzio a cui li costringiamo, per l’assenza di solidarietà, per l’incapacità di percepire la grandezza, la ricchezza, il privilegio di incontrare storie di vita vera, culture, linguaggi, sensibilità diverse, nuove, incantevoli.

A Rosarno, e non solo lì, questa gente lavora 14 ore al giorno, duramente, senza pause e senza diritti; poi accade che chiedono la cosa più semplice e normale in un mondo civile: la paga, una paga misera ma pur sempre il prezzo del proprio lavoro, soldi utili per vivere e per far vivere i propri familiari in Africa.
Un immigrato non può restare senza soldi, non può aspettare, accettare ritardi, perché per lui è una continua lotta per la sopravvivenza. A Rosarno non ci sono ritardi, c’è la ‘ndrangheta, ci sono i “padroni” delle campagne che usano il caporalato per le “assunzioni” e poi spesso, a fine lavoro, al momento di pagare, decidono di non pagare, si rifiutano. E se il lavoratore immigrato protesta ecco che spuntano le armi, le pistole ed i fucili impugnati dagli scagnozzi del capo e dal capo stesso, che circondano il lavoratore e lo “invitano” ad andarsene. Se qualcuno non obbedisce allora sparano. Oppure ci sarà qualche balordo che andrà a sparargli in serata, magari mentre il ragazzo immigrato si trova in strada e cammina verso il campo in cui dorme. A Rosarno è roba quotidiana.

Molti miei amici migranti me lo hanno raccontato più volte, continuano a raccontarmelo. Stamattina, uno di loro, mi ha spiegato cosa accade, mi ha raccontato dell’atmosfera mafiosa che opprime Rosarno. Mi ha detto che l’anno scorso anche lui ha lavorato per una settimana e non è stato pagato. E quando ha protestato sono spuntate le armi. È stato allora che ha capito una cosa che nelle zone di mafia tanti di noi sanno e in troppi accettano: “Se sei intelligente – mi spiega – e capisci la situazione, ingoi il rospo, dici che non c’è nessun problema e te ne vai, se non sei intelligente ti prenderai le pallottole addosso. Io capì la situazione e me ne andai. Adesso andrò via, qui a Rosarno non voglio stare più. Troppo brutto questo posto”. Non sempre però si decide di star zitti, di subire.

C’è chi ha capito un’altra cosa: è intelligente in quel momento risparmiare la pelle, ma è ancor più intelligente, subito dopo, organizzarsi e scendere in piazza, sfidare tutti insieme l’arroganza vigliacca di questi criminali senza palle, di questi vermi mafiosi, maleodoranti e rozzi, forti con le armi in mano ma palesemente codardi quando si trovano a mani nude di fronte a chiunque, a maggior ragione di fronte a un popolo che si incazza e li sfida apertamente, nelle piazze, nelle strade, in quel territorio che i boss pensano sia loro, o almeno lo fanno credere ad una cittadinanza che accetta tutto e si chiude in casa con i calzoni sporchi di urina, marchiati da una paura illogica e incivile.

I migranti, invece, non hanno paura. Tutti insieme sanno di essere più forti, possono dimostrare che il territorio è di chi lo sa difendere, di chi sa occuparlo senza timori, invadendo le vie, guardando in faccia quei mezzi uomini che pensano di comandare il mondo. Hanno avuto il coraggio di sfidare la ‘ndrangheta, da soli, senza perdere tempo con i discorsi, con le tecniche organizzative. Un moto spontaneo, rabbioso, che ha sfogato tutta la propria rabbia per strada, che ha gridato un basta che parte da lontano, dall’omicidio del rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo, ucciso a colpi di pistola da quattro balordi nel 1989 a Villa Literno, in Campania, passando per i morti di Castel Volturno, fino a Rosarno. Un urlo di protesta che porta con sé la voce di tutti quei migranti uccisi dall’indifferenza, dalla violenza, dal lavoro senza sicurezza, nelle campagne, nei cantieri edili, nelle baracche di fortuna, da nord a sud. Una rabbia giusta, la rabbia di esseri umani veri, che hanno vissuto un’Odissea, che hanno affrontato mille ostacoli, attraversato l’inferno, si sono aggrappati alla vita, e che ora non hanno intenzione di svenderla o sottometterla al ridicolo potere mafioso.

I migranti non hanno paura delle mafie, non ne avranno mai, non possono averne. E forse saranno davvero loro, come dice il mio amico Antonello, a salvare l’Italia, a svegliare gli italiani, a far capire loro che non si può vivere nel torpore di un silenzio vigliacco, di una rassegnazione insensata, di una società che accetta tutto purché non si tocchi la propria sfera individuale e quel piccolo mondo, ricco di false certezze e di valori artificiali, che ognuno di noi si costruisce per poi rinchiudersi dentro. Quella di Rosarno è la rivolta fisica di un’Italia che non accetta le leggi disumane di un governo xenofobo, chinatosi al volere rozzo e putrido della Lega, di quel manipolo di beoni padani che vogliono assassinare la democrazia e il diritto, violentando l’umanità e la solidarietà, il rispetto per la vita umana. Il ministro dell’Interno, Roberto “Eichmann” Maroni, ha commentato la situazione di Rosarno con la sua consueta arroganza, facendo ricadere la responsabilità non sulla ‘ndrangheta, bensì sui “clandestini”, colpevoli del degrado e dell’aumento della criminalità.

La stessa logica becera di quegli schifosi maschilisti che, davanti allo stupro di una donna, dicono che è la vittima che se l’è andata a cercare. Ma cosa aspettarsi da un uomo di infimo valore e spessore umano, un ex comunista che oggi si muove e opera alla stessa stregua di un gerarca nazista, drogandosi con il suo stesso potere? Parla di troppa tolleranza? È vero, troppa tolleranza c’è stata nei confronti di una classe politica inetta, violenta, razzista. È anche su uomini come Maroni, che gli italiani hanno messo su una bella poltrona, che gli immigrati cercano di farci aprire gli occhi, di farci comprendere quanto siamo lontani, nei fatti, da quella parola che in maniera indebita appiccichiamo con troppa superficialità alla nostra storia e alla nostra società “occidentale”: quella parola è “civiltà”. I telegiornali, compreso il Tg3, parlano dei “poveri cittadini” di Rosarno, sempre buoni con i migranti, increduli davanti alla rabbia dei manifestanti, che hanno divelto cassonetti e distrutto auto e vetrine. Adesso chiedono al Commissario del governo, che guida il Comune calabrese, di cacciare via dalla città tutti gli immigrati. E dobbiamo pure definirli buoni, questi rosarnesi, perché in cuor loro la “soluzione” desiderata sarebbe di certo più truculenta.

Parlano i rosarnesi, protestano, si lamentano, c’è chi addirittura ha sparato dal balcone per allontanare i manifestanti, dicono che non capiscono la reazione dei migranti in una città che li ha sempre aiutati e accolti.. Sono quegli stessi cittadini che abbassano la schiena davanti alla ‘ndrangheta, che tacciono, omertosi, che amano vedere le proprie campagne ricche di schiavi a basso costo e che poi si incazzano quando li vedono camminare per strada, perché danno fastidio, perché non è accettabile che questi nuovi schiavi mostrino ai rosarnesi “civili” il fetore marcio della propria coscienza. Questa gente qui, che i media appoggiano e la politica si coccola, è il problema di questo Paese, è un problema che bisognerebbe estirpare, cacciando via loro dai posti di lavoro che occupano grazie alla mano amica di qualche boss o di qualche politico colluso.

Da loro mi auguro che questa Italia si salvi e mi auguro che i migranti possano aiutarci ridandoci il senso di quello che è il mondo, sputando fuori il dolore e la sofferenza, spezzando quelle catene schiaviste, sanguinose e laceranti, che la società italiana ha attaccato ai loro polsi, alle caviglie e al futuro.
Per questo, esprimo totale solidarietà ai migranti di Rosarno e a quelli di tutta Italia, che con coraggio civile stanno cercando di salvare la nostra democrazia.

Rosarno: la rabbia e la verità, Massimiliano Perna, Il Megafono.org – Libera Informazione

Calabria: inferno d’Italia dove la ‘ndrangheta vince ancora

Possibile che nessuno si renda conto che la ‘ndrangheta si sta prendendo gioco dello Stato? Perché mai, proprio nel momento in cui alla Prefettura di Reggio Calabria si svolgeva il vertice con Roberto Maroni ed Angelino Alfano per l’ordine pubblico, nella cittadina di Rosarno, qualcuno senza nome e senza un motivo apparentemente valido, ha sparato dei colpi di aria compressa su alcuni immigrati scatenando l’Inferno? Perché Rosarno? E perché proprio ieri? Potrebbero sembrare domande banali ma la risposta la si è trovata all’indomani su tutti i giornali e tra i titoli dei media nazionali.

Poco spazio al vertice sulla criminalità organizzata che, secondo Maroni ed Alfano sarà sconfitta con “121” uomini e sei giudici in più, contro titoli di apertura sulla condizione dell’immigrazione ed il rimando a quella clandestina con sottolineature sulla matrice xenofoba e razzista che ha caratterizzato la notte di Rosarno. L’obiettivo della ndrangheta è stato raggiunto ed è qui che ha dimostrato la sua forza. Delle circa mille persone che hanno partecipato alla fiaccolata organizzata da Cgil-Csl e Uil, non ha riferito praticamente nessuno, così come era avvenuto per il sit-in di Libera dove le presenze si contavano nell’ordine delle poche centinaia. Le adesioni di Istituzioni e politici sono arrivate solo per iscritto e così hanno preferito non sfilare con le gerbere gialle date da Adriana Musella e simbolo di “Riferimenti” od a confondersi tra i simpatizzanti del PD che a gran voce avevano dato l’adesione e che sono rimasti nascosti dal buio della serata.

Anche i politici erano assenti fisicamente, eccezion fatta per il presidente provinciale di Reggio Calabria Giuseppe Morabito, il sindaco di Reggio, Peppe Scopelliti in piena campagna elettorale per la corsa a Governatore della Regione e del suo diretto (territorialmente parlando) concorrente Peppe Bova che da presidente del Consiglio regionale ha inteso rappresentare tutti i calabresi.
E Rosarno? Beh quella che può apparire una storia a parte è in realtà il cuore della vicenda. Una cittadina retta da un commissario prefettizio e quindi l’unica che poteva essere scelta per depistare sulla matrice politica, dove gli immigrati rappresentano la forza matrice di tutta la Piana di Gioia Tauro che fatta di “caporali” della ‘ndrangheta gestisce non solo le lavorazioni della terra, passando dalla raccolta delle olive a quella delle cipolle e degli agrumi, ma soprattutto i grandi traffici del Porto dai quali si diramano, oltre che la droga, anche le vendite di prodotti griffati che riempiono le bancarelle dei mercati di mezza Calabria.

Ora gli inquirenti si interrogano sulle scarpe da donna della scooterista che domenica notte ha partecipato al posizionamento dell’ordigno a Reggio Calabria, entrando addirittura nel merito della nuova visione antropologica della ndrangheta al femminile e dimenticando, forse volutamente, che il più grande “mercato” della prostituzione clandestina italiano è proprio in Calabria e che la maggior parte delle imprese finanziate con i fondi all’imprenditoria femminile sono in questa regione dove poco conta se le donne sono mandanti od esecutrici d’opera.
Tutto serve però a depistare l’attenzione sulla problematica vera: la ndrangheta è più forte di prima e non servono fiaccolate e pseudo comunicati a ricordare all’opinione pubblica che la si vuole combattere. La gente in piazza non c’è, perché la gente ha paura!

In Calabria è forte la ‘ndrangheta per quanto è forte il bisogno e questo a sua volta rafforza la politica. Angela Napoli ad Annozero ha fatto solo alcuni nomi, ma perché non ha elencato i 22 consiglieri regionali su 40 che sono indagati per vari reati?. Perché non ha richiamato Maria Grazia Laganà, quella vedova Fortugno per mano della ‘ndrangheta che preferisce trascorrere le sue ore a Roma piuttosto che sfilare per la legalità e quel presidente, Agazio Loiero che a tutti i costi “deve” ricandidarsi alla Regione per non far aprire i suoi armadi pieni di scheletri. Perché mai la Regione Calabria è l’unica della quale non si parla negli assetti nazionali per la spartizione delle alleanze alle prossime regionali.

Tutti la scanzano… e fanno bene, perché in questa regione chi ha vinto c’è già e non ha “partito” perché è in ogni partito ed in ogni espressione della vita quotidiana, da quella istituzionale a quella ordinaria passando dagli uffici, agli ospedali, alla gestione dei rifiuti, agli esercizi commerciali, fin nelle scuole e nelle “baracche” degli immigrati.

Esiste una soluzione? Forse si e sarebbe per i calabresi onesti che ancora provano amore per questa terra l’unica possibile: l’azzeramento totale. Un potente diserbante che uccida le ramificazioni partendo da quelle superficiali. La soluzione sarebbe quella di tenere la Calabria “FERMA UN GIRO”, insomma commissariarla per azzerare tutti i livelli. Mandare a casa tutti i politici, tutti i dirigenti di aziende sanitarie, di ospedali, di vari carrozzoni che servono solo a gestire clientele, tutti i fanulloni “amici di…, figli di…, amanti di…”.

Utopia allo stato puro.. Ed allora teniamoci l’Inferno!

Calabria: inferno d’Italia dove la ‘ndrangheta vince ancora, Giulia Fresca, Articolo 21

Odio e amore in politica


Silvio Berlusconi continua a cantare il refrain dell’odio che sarebbe stato seminato nei suoi confronti da alcuni settori dell’opposizione, da alcuni giornali, da alcuni opinionisti, da alcuni artisti.

Il primo a introdurre l’odio come categoria politica fu Pierluigi Battista dopo la grande manifestazione di piazza San Giovanni di qualche anno fa (quella organizzata da MicroMega e da Paolo Flores d’Arcais) che radunò un milione di persone contro una delle tante leggi “ad personam” volute dal premier per sfuggire ai processi che riguardano lui e i suoi sodali. Una manifestazione assolutamente pacifica dove non si respirava alcuna atmosfera d’odio, ma semplicemente si contestavano delle leggi che, violando il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, relegava tutti gli altri a soggetti di serie B ledendo la loro dignità.

Casomai era proprio Battista con l’apparenza di scagliarsi, in un’importante trasmissione televisiva, contro l’odio ad alimentarlo. Ma il punto non è questo. L’odio è un sentimento, come l’amore , come la gelosia, e nessuno Stato, nemmeno il più totalitario, ha mai osato mettere le manette ai sentimenti. Le ha messe alle azioni, le ha messe alle opinioni, non ai sentimenti. Tanto più questo dovrebbe valere in una democrazia. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e anche di manifestare questo mio sentimento. L’unico discrimine è la violenza. Io ho il diritto di odiare chi mi pare ma se torco anche un solo capello alla persona, o al gruppo di persone che detesto per me si devono aprire le porte della galera.

Voler mettere le manette all’odio, come pare si voglia fare introducendo il reato di “istigazione all’odio”, significa in realtà mettere le manette alla critica. Perché l’odio è una categoria psicologica di difficilissima e arbitraria definizione. Se io scrivo che il premier (si chiami Berlusconi o Pincopallo) è stato dichiarato corruttore di testimoni in giudizio da un Tribunale della Repubblica, istigo all’odio o riporto un fatto di cronaca? Se scrivo che in nessun altro paese democratico, e forse anche non democratico, un premier che si trovi in una simile situazione non potrebbe rimanere un giorno di più al suo posto (come fu per Collor de Mello in Brasile) istigo all’odio o esprimo una legittima opinione, giusta o sbagliata che sia?

Se scrivo che un premier, si chiami Berlusconi o Pincopallo, fa delle leggi “ad personam” o “ad personas” che ledono il principio di uguaglianza, istigo all’odio o denuncio una grave anomalia del sistema? Berlusconi raggiunge poi l’apice della spudoratezza quando, dopo l’inaccettabile aggressione che ha subito a Milano, dichiara: “Quanto è avvenuto deve avvisarci del fatto di come sia davvero pericoloso guardare agli altri con sentimenti che non siano di rispetto e di solidarietà. Quindi da quest’ultima esperienza dobbiamo essere ancora più convinti di quanto abbiamo praticato fino ad oggi e cioè che è giusto il nostro modo di considerare gli avversari come persone che la pensano in modo diverso, ma che hanno il diritto di dire tutto ciò che pensano. E che noi dobbiamo difenderli per far sì che lo possano dire e che non sono nemici o persone da combattere in ogni modo, ma persone da rispettare. Lo facciamo noi con gli altri, ci piacerebbe che lo facessero gli altri nei nostri confronti”.

Rispetto degli avversari? Chi da quindici anni bolla tutti coloro che non la pensano come lui o che non agiscono come lui vorrebbe, come “comunisti” con tutta la valenza negativa che questo termine ha assunto oggi e quindi appioppando loro tutti gli orrori del comunismo? Chi ha detto che i magistrati (quelli naturalmente che non si adeguano ai suoi desiderata) “sono dei pazzi antropologici”? Chi ha detto di Di Pietro, dopo aver tentato invano di farlo entrare nel suo primo governo, che “è un uomo che mi fa orrore”? Il diritto degli avversari di “dire tutto ciò che pensano”? Chi ha emesso l’“editto bulgaro” definendo “criminali” Luttazzi, Freccero e Travaglio, togliendo di mezzo i primi due e facendo additare, dai suoi mazzieri, Travaglio al ludibrio delle folle ed esponendo il giornalista che, a differenza sua, non è protetto da eserciti pubblici e privati, a pericolose ritorsioni?

Se vogliamo metterci sul piano dei Battista e dei Berlusconi se c’è qualcuno che ha seminato e semina odio in questo paese è proprio l’attuale premier. Un’ultima notazione. Berlusconi è convinto, credo sinceramente convinto, che chi non lo ama “mi odia e mi invidia”.
In termini psicoanalitici si potrebbe dire che “proietta la sua ombra”.

Odio e amore in politica, Massimo Fini, Antimafia Duemila

I nemici della memoria

Chi è stato a rubare l’insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il mondo e suscita stupore, shock e rabbia.

Cosa avevano in mente i ladri quando hanno rimosso l’iscrizione che centinaia di migliaia di vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un simile abominio?

In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d’importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria.

In un certo senso, si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.

In virtù di ciò che è avvenuto all’interno di quell’incommensurabile cimitero di cenere, Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita ovviamente di maggior sicurezza.

Devono provvedervi le autorità polacche ai massimi livelli. Tutto ciò che si trova entro le recinzioni di filo spinato deve restare immutabile e intatto per generazioni e generazioni. Quanto ai ladri, verranno senza dubbio interrogati a lungo da personale specializzato, psichiatri inclusi. Siamo tutti ansiosi di conoscere ogni aspetto della loro personalità, del loro carattere, del loro passato. E di conoscerne l’appartenenza ideologica.

Hanno agito da soli? Appartengono a gruppi neonazisti? Volevano dimostrare qualcosa entrando in possesso dell’insegna, e se sì, che cosa? “Arbeit macht frei” era, ed è ancora, massima espressione di cinismo, inganno e brutalità. Dietro quel cancello il lavoro non portava libertà. Agli ebrei e agli altri portava fatica, umiliazione, fame e morte. Dentro tutto equivaleva alla morte. È questo che il ladro voleva cancellare?

I nemici della memoria, Elie Wiesel, La Repubblica

Gli indignati a senso unico

Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui – l’aggredito – ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.

Gli indignati a senso unico, Mario Calabresi, La Stampa

Stefano Cucchi, la licenza di uccidere e il Trattato di Lisbona

L’assassinio di Stefano Cucchi è stato definito, non senza ragione, “pena di morte all’italiana”. Ma una “pena” viene in qualche modo comminata con una sentenza alla fine di un processo, persino se si tratta di un processo farsa. L’assassinio di Stefano, invece, a essere precisi, è la “licenza di uccidere” che alcuni banditi travestiti da poliziotti o da carabinieri, con sempre maggiore frequenza, si autoattribuiscono.

Uccidono sottraendo allo Stato il monopolio punitivo, senza processo e senza sentenza, e nonostante l’ordinamento giuridico ripudi la pena di morte. Figuriamoci cosa accadrebbe, è l’interrogativo che sorge spontaneo e sul quale tutti dovremmo riflettere, se in qualche piega dell’ordinamento, magari in maniera surrettizia, si nascondesse la previsione di poter irrogare una qualche forma di “pena di morte”, o peggio, di poter esercitare impunemente – in quanto protetti da un articolo di legge, un comma, un inciso, un allegato, un protocollo – il “diritto” di sopprimere la vita altrui, insomma cosa accadrebbe se fosse una norma a prevedere la “licenza di uccidere”.

Non meravigliatevi, ma purtroppo quella norma, quella “clausola” oggi esiste. E si trova nel fatidico Trattato di Lisbona, da ultimo approvato con referendum anche dall’Irlanda.
Ma prima di scovarla e di denunciarla (ma come ci è finita dentro il Trattato di Lisbona senza che nessuno se ne sia accorto?), affinché venga cancellata, andiamo per un attimo a ritroso nel tempo e, assieme alla fine di Stefano, ricordiamo i casi simili degli ultimi anni. I più eclatanti, o almeno quelli più noti, perché hanno avuto la “fortuna” di finire sui giornali.
Vedremo che come hanno ucciso Stefano Cucchi, così hanno fatto fuori anche “gli altri”. E allo stesso modo potrebbero eliminare chiunque, soprattutto se forti di una norma che lo preveda.

Il 14 ottobre 2007, Aldo Bianzino, 44 anni, falegname, finisce in carcere a Capanne, Perugia, per aver coltivato qualche pianta di marijuana. Pestato a morte, ne uscirà cadavere. Il processo, dopo mille difficoltà, è riuscito a partire ed è tutt’ora in corso, nonostante il pm Petrazzini avesse chiesto l’archiviazione del caso. Il 25 settembre 2005, a Ferrara, Federico Aldrovandi, 18 anni, fermato per strada dalla polizia per un controllo, viene ammazzato a manganellate.

Il 6 luglio 2009, per l’omicidio di Federico quattro poliziotti – Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri – sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per “eccesso colposo nell’omicidio”. Grazie all’indulto del 2006, non hanno scontato un solo giorno di carcere. Dei quattro, oggi non si hanno notizie. Cos’ha fatto il ministero dell’Interno, li ha radiati, sospesi, trasferiti o premiati? L’11 luglio 2003 viene ucciso nel carcere di Livorno, dov’era rinchiuso per un furto, Marcello Lonzi, 28 anni. Il pm Roberto Pennisi dice che Marcello è morto per infarto e chiede l’archiviazione del caso. La madre del ragazzo denuncia il pm e il caso (con l’imputazione di omicidio per due agenti penitenziari e un detenuto) viene riaperto nel 2006.

La sera del 19 marzo 1999, a Matera, Angelo Raffaele De Palo, 31 anni, viene arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e accompagnato in Questura, dove viene ucciso a craniate contro il muro. Per omicidio preterintenzionale l’ispettore di polizia Francesco Ambrosino viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 7 ottobre 1997, Francesco Romeo, 28 anni, viene pestato con bastoni e manganelli nel carcere di Reggio Calabria fino a perdere la vita. In un procedimento pieno di punti oscuri e di domande lasciate senza risposta, il pm Roberto Pennisi (lo stesso di Livorno) chiede l’assoluzione di 19 dei 21 imputati (agenti penitenziari) perché avrebbero reso le loro dichiarazioni in assenza dei legali.

E ora torniamo alla “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona. Nel quale sono state assorbite pari pari non una, ma due norme “mortuarie”.

La prima norma “mortuaria” è l’articolo 2 della Convenzione europea sui diritti umani (CEDU) approvata dal Consiglio d’Europa nel 1950 (il Consiglio d’Europa nasce nel 1949 per promuovere la democrazia e i diritti umani, conta 47 Stati membri ed è organizzazione diversa dall’Unione Europea).

L’articolo 2 della CEDU si legge in fretta:

“Paragrafo 1. Il diritto alla vita di ciascuno sarà protetto dalla legge. Nessuno sarà intenzionalmente privato della sua vita eccetto che in esecuzione di una sentenza di un tribunale che faccia seguito a una condanna che preveda legalmente quella pena.
Paragrafo 2. La privazione della vita non sarà considerata una violazione di questo articolo quando essa risulti dall’uso della forza in condizioni assolutamente necessarie:

a) In difesa di una qualunque persona soggetta a violenza illegale;
b) Al fine di eseguire un arresto legale o di prevenire la fuga di una persona legalmente detenuta;
c) Nel corso di un’azione legale intrapresa per sedare una rivolta o una insurrezione”.
E’ vero che questo articolo venne scritto sessant’anni fa, quando ancora diversi Paesi prevedevano la pena di morte nei rispettivi ordinamenti, ma è altrettanto vero che va rivisto al più presto, anche perché qui si tratta di riconoscere il potere di “privazione della vita” non al boia che esegua una sentenza, ma a chi in quel momento (un ufficiale di polizia, per esempio) giudica di essere di fronte a una rivolta o a una insurrezione – di cui tra l’altro la CEDU non fornisce alcuna nozione – e ordina di sparare. Insomma, 10, 100, 1000 possibili repliche di “Bolzaneto” e del G8 di Genova, edizione 2001.

La seconda norma “mortuaria” si trova nascosta all’interno del “memorandum esplicativo” del protocollo numero 6, poi diventato numero 11, approvato sempre dal Consiglio d’Europa nel 1983. Quel protocollo numero 6 è stato oggi ratificato da tutti gli Stati membri del medesimo Consiglio d’Europa, eccetto la Russia.
Dice l’articolo 1 (Abolizione della pena di morte) del protocollo numero 6: ”La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena, o giustiziato”.
Bene.
Però, subito dopo, c’è l’articolo 2 (Pena di morte in tempo di guerra), che dice: “Uno Stato può introdurre la pena di morte nella sua legislazione rispetto ad atti commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra; tale pena verrà applicata solo nei casi previsti dalla legge e in accordo con le sue norme”.

Queste due “cosine” (articolo 2 della CEDU e articolo 2 del protocollo numero 6) sono un pericolosissimo cavallo di Troia per i diritti umani e per la promessa di democrazia dell’Europa unita, e vanno subito abrogati da ogni convenzione o trattato, tanto più da quelli che hanno l’aspirazione di diventare base di “costituzioni” europee.

La cosa migliore che si può dunque fare, immediatamente, dopo l’assassinio di Stefano Cucchi, è asciugarsi le lacrime, poiché gli occhi lucidi non aiutano a leggere.
Invece, se riusciremo a leggere, nonostante il profondo dolore e il grande smarrimento, potremo tener viva la vicenda di Stefano e di tutti gli altri crepati in corpo a manganellate e bastonate chiedendo a tutti i parlamentari europei di correre ai ripari e di cancellare la “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona.

Stefano Cucchi, la licenza di uccidere e il Trattato di Lisbona, Carlo Vulpio, Antefatto

Lotta alla pedofilia: la lacerante condizione dei bambini abusati.


A Phnom Penh – in Cambogia – comprare il corpicino di un minore è cosa usuale. Ogni giorno, l’esercito dei bimbi abusati si ingrossa. L’età a volte non raggiunge i cinque anni: bambole senza anima per adulti incomprensibili. I trait d’union fra i “villeggianti del sesso” ed i minori da abusare, sempre più spesso sono gli stessi parenti dei bimbi: fratelli, padri, sorelle. Per una manciata di riso, in un paese dalle condizioni economiche tragicamente critiche, si fa qualsiasi cosa: persino condannare all’orrore chi dovrebbe essere accolto come un pulcino nel nido. Al caldo. Fra braccia protettive. La prostituzione dilaga, ed anche nei bordelli della capitale cambogiana, è uso “offrire” ai clienti bambine che spesso non superano i dieci anni. Vergini. Un “bene”. Un “capitale” da far fruttare. Merce rara.


L’omertà qui non è di casa. Si fa tutto alla luce del sole. Le istituzioni spesso chiudono un occhio. A volte tutti e due. Sporadicamente viene effettuato qualche controllo. Ma


Nel resto del mondo cambiano le metodiche. L’omertà la fa da padrone spesso e volentieri. E’ il silenzio di chi sceglie di celare una violenza senza pari. Senza ragione. Senza umanità. Bimbi usati come contenitori di voglie oscure. Desideri infami. Storture psichiche. E’ l’omertà di chi non sa che fare. E sceglie il silenzio. Producendo ancor più danni – se fosse possibile – dei danni inferti al corpo ed all’anima di milioni di minori in tutto il mondo ogni giorno dell’anno.


Bambini oggetto di desideri indesiderabili. Oggetto di pulsioni irrefrenabili. Che scatenano violenza immane. Che producono strappi e lacerazioni non solo al corpo ma al cuore ed all’anima di chi li subisce. Esasperazioni di adulti indecisi fra la psicopatia e desideri sessuali sfrenati, che devono ad ogni costo trapassare i limiti dell’accettazione per generare soddisfazione.

Una parte di mondo sa. E tace. L’altra parte subisce. E non sa che fare. Molti osservano. Poi, girano la testa dall’altra parte. Incredibile reazione ad un dramma che colora di rosso sangue le generazioni infantili dei millenni e dell’attualità.


Realtà che travalica ogni livello: la pedofilia non conosce differenze sociali, culturali, etniche. Esiste ovunque esiste un minore ed un adulto che tendenzialmente trova soddisfazione nel manipolare un essere senza alcuna volontà ne capacità di reazione. E’ il possesso assoluto. Unico. E per questo magnificato nella mente di coloro che non potrebbero mai ottenere lo stesso possesso in un pari di età.

In tutto il mondo, ogni minuto un minore subisce violenza. Mentre batto sui tasti della tastiera, ecco che un bimbo viene oltraggiato. Ancora uno. Un’altro…un’altro.

Il pensiero è enorme quanto abominevole. Pensare che mentre siamo al caldo ed al sicuro in qualche posto di questo folle mondo, un esserino stia subendo un oltraggio fisico o attenzioni morbose spinte all’eccesso, fa salire un tremito di orrore misto a disgusto.

Ci sono luoghi in cui la tratta dei bimbi è uso comune. Esistono posti ove l’infanzia non trova alcuna protezione. Esistono adulti che sono disposti a tutto per entrare in possesso di un piccolo corpo: il denaro in molti casi, fa compiere atti che trascendono il senso di Umanità. La fame, smorzata dal dolore di un bimbo che piange. Abusato, terrorizzato, usato, gettato via.


Il senso della Vita si perde dentro un secchio della spazzatura. Sembra che una grossa fetta dell’umanità non pensi ad altro che a soddisfare esasperate visioni sessuali. L’Essere Umano si tramuta in bestia. Frenetico cacciatore di sensazioni estreme. La materializzazione di un desiderio osceno è prioritaria rispetto a qualsiasi ragionamento. A qualsiasi etica. Il desiderio E’ prioritario. I bambini vengono dopo. Semmai.

Molti adulti non vedono. Segnali di fumo che gli stessi bambini non sanno generare. La mente di un piccolo abusato, usa la strategia della rimozione. E ad ogni nuovo abuso una nuova rimozione. Violenze stratificate. Cementate. Occultate. Che un giorno però. Potrebbero esplodere tutto insieme. E magari, generare altra violenza.


Continuo a battere sui tasti: ogni tasto un bambino abusato. L’orrore mi fa desiderare di urlare. Di urlare tutto ciò che molti scelgono di tener segreto. Per ogni bimbo violato, un adulto da condannare. Nessuna comprensione. Nessun rispetto. Ma la regola del “gioco” non presuppone condanne. Ognuno torni al suo posto. Dopo. Dopo aver fatto il danno. Un adulto di qua. Un bambino di là. Soddisfazione ed orrore. Pesante contributo alla bestialità umana che non viene curata ne sollecitata alla riflessione. Intanto, mentre il mondo segue altre priorità, il futuro è costellato di adulti abusati durante l’infanzia. Una catena che non conosce fine. Un orrore tessuto nella maglia di una Società ormai andata a male. Sconfitta. Aggredita. Abusata.


Un corpicino che non troverà calore.. Se non quello di un’altro corpo, troppo adulto per non fargli male.

Lotta alla pedofilia: la lacerante condizione dei bambini abusati, Emilia Urso Anfuso


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